ANTOLOGIA CRITICA

SCRIVONO DI ME

Molti importanti critici parlano dell'arte materica di Alfonso Borghi, tra cui: Vittorio Sgarbi, Roberto Sanesi, Gianni Cavazzini, Giovanni Faccenda, Giorgio Seveso, Giuseppe Amadei, Luciano Caramel, Marie Odille Andreade, Martina Corgnati, Massimo Duranti, Maurizio Calvesi, Maurisio Sciaccaluga, Michele Bonuomo, Nevio Jori, Paolo Levi, Raffaele De Grada e Sandro Parmigiani.

  • 2020 - Stefania Provinciali - Invocazioni

    Mnemosine e le sue figlie

     

    A quale musa si rivolge l’artista per celebrare la propria pittura? La sua invocazione

    è ideale, guarda alle forme e ai colori della terra, ai sapori del mondo, alle voci, ai suoni, alle parole coinvolgendo ogni musa nella sua allusione al sommo racconto delle arti. Le figlie di Mnemosine accolgono il richiamo nei versi dei poeti prescelti che diventano forma, nelle vocali che sembrano danzare di colori, nei pensieri del giorno che illumina il paesaggio, nelle memorie e nei suoni immaginifici. E’ l’arte pittorica fatta di materia e di colore di Alfonso Borghi che si ripete e si rinnova nelle infinite sfumature di storie vissute o solo pensate, si fa tensione nella scultura incisa da trame significanti (Teodorico, 2010), si distende in sfumate cromie nelle ceramiche, memoria di vasi achei. E come Omero si era rivolto alla musa il pittore invoca i propri <dei> per dar sacralità all’opera.

    <Invocazioni> le sue che tutto contengono, di tecniche e materiali, di narrazioni e visioni, scavando nella mente, nei desideri, nelle aspirazioni, a fermare l’attimo in cui le arti si incontrano.

    Ancora una volta nell’unione di una materia madre e di un colore che domina le scelte formali e di pensiero, fra grumi e sovrapposizioni, scavi ed intarsi di immediata esecuzione, Borghi dà nuovo slancio al proprio fare pittura mostrando come possano essere infinite e variabili le combinazioni in una creazione artistica, mai ripetitiva, mai rinchiusa dentro schemi prefissati, bensì libera di esprimere il volere e l’agire dell’autore, perchè queste sue campiture d’ampio respiro se a prima vista sottolineano l’immensità del colore ben presto mostrano tutta la loro forza narrativa dentro, oltre, attraverso la materia.

    Alfonso Borghi, si sa, affonda le proprie radici in una matrice padana che ancora nel Novecento ha dato figli illustri, in un naturalismo che ha poi travalicato i propri, mai rigidi confini, fino a toccare le radici dell’Informale, in una padanità che di qua dal Po, in terra emiliana, ha guardato a Francesco Arcangeli ed ai suoi ultimi naturalisti.

    Certezze e peculiarità di una pittura che quasi sempre esce dai canoni più definiti per muoversi libera nella terra del sentimento e del comporre, pittura o musica che sia, le muse ne celebrano la sacralità. E non c’è esigenza critica, di movimento o definizione, che possa inquadrare appieno il fare artistico quando si cerca l’esuberanza visiva di una vocale nel colore assoluto di materia e frammenti, l’imponenza cromatica di una E bianca, vocale <rubata> ad Arthur Rimbaud, e delle altre: A nera,  I rossa, O blu, visivamente interpretate sul filo del pensiero espresso dal poeta maledetto.

    Alfonso Borghi ama la poesia, ama leggere i poeti che sembrano <invitarlo> a render visive concretamente le loro parole. Ama il paesaggio urbano e la campagna con il suo differente esprimere la vita. Ama guardare certe torri antiche che si ergono tra i tetti (Tra i tetti e le torri, 2020) invitando lo spettatore a carpire i segreti tra i grumi di materia, le sovrapposizioni di colore, l’allusione ad una forma concreta che rende ogni astrazione superata dalla certezza di una riconoscibile visione.

     C’è una <Prova d’orchestra, 2020> che suona non di strumenti ma di colori, e nulla vieta di pensare, mentre la si guarda, alla bacchetta del maestro Toscanini o alle nascoste bramosie di un tenore d’opera che canta i suoi verdiani tormenti d’amore. Ci sono <Sere> e <Meriggi>, <Ricordo di un giorno d’estate…> omaggio all’amico e poeta Massimo Scrignoli, e c’è un Forever che ci invita a guardare <per sempre> dentro le inaspettate pieghe di opere destinate ad offrire suggestioni, secondo l’animo con cui le si guarda.

    Chi ben conosce il pittore, sa che i suoi racconti dipinti, le sue ceramiche, le sue poche  sculture vogliono essere proprio questo, espressione di un moto dell’animo, fissato <per sempre> da chi l’arte la vive, l’ama e la compone in assoluta libertà.

     

     

     

     

     

    Castelnovo ne' Monti nelle scuderie di Palazzo Ducale

    Il titolo della mostra è INVOCAZIONI

     

  • 2020 - Emanuele Ferrari - Invocazioni

    “Alfonso fa risuonare sulla tela La Pietra di Bismantova e per il cielo ha scelto un blu oltremare. Perché in effetti La Pietra ora vive letteralmente sopra il suo mare, gli è sopravvissuta e la sua roccia, quando sfiora il cielo, ne muta il colore. La Pietra è un incanto perché ogni giorno restituisce al cielo la sua voce. Che poi è il suo mare.”

    Emanuele Ferrari

  • 2019 - Daniela Brignone - Dentro Silenzi Solenni

    Dentro silenzi solenni

    Daniela Brignone

     

     

    “Vita e sogno che in fondo alla mistica valle

    Agitate l'anima dei secoli passati”

    (Dino Campana, Genova)

     

    Vita e sogno, scanditi dai ricordi e dalle visioni, intessuti di quotidianità e di evasioni mentali, si compenetrano nell’arte di Alfonso Borghi. Un pittore poeta che contempla la bellezza e ne trae ispirazione per restituirci immagini di grande armonia e di luoghi, forse inventati, appartenenti ad un suo mondo, frutto di suggestioni e di racconti, pensieri e brani di poesia. Luoghi metafisici dove aleggia il silenzio, fortemente radicati in una tradizione e in un sentire arcaico in cui presenza e assenza coesistono, rivelando un dialogo interiore, una profonda riflessione su memorie passate che insistono nel presente, ricorrenze tematiche e narrative riempite di paesaggi, borghi, edifici sospesi nel tempo, evocati dal colore, dei quali esalta la bellezza. Sono immagini sospese dentro silenzi solenni, i silenzi di cui scrive Dino Campana, uno degli autori prediletti dall’artista; silenzi come teatro dell’assenza che avvolgono in una temporalità indefinita, che travalicano lo spettacolo della quotidianità dal quale la figura umana è celata ma percepibile, per sottolineare la forza pulsante della natura e una verità paesaggistica, rivelatori dell'universo e del suo dinamismo, resi attraverso la potenza dell'impasto cromatico che ne sublima liricamente i contenuti. Silenzi che invitano a meditare e ad ascoltare la musica delle sfere.

     

    La passione per la poesia porta l’artista ad intuizioni liriche, esplicitate nei titoli delle opere oltre che nella struttura visiva, impregnate di una certa musicalità silenziosa, dotate di una forza comunicativa impareggiabile,  con le quali descrive con efficacia il fluire incessante della vita, incomprensibile e indicibile, animato da una potente volontà conoscitiva del suo mistero e colto per mezzo di pulsioni cromatiche e allusioni.

    Inaspettati bagliori si appropriano dello spazio, solcato da brani cromatici spessamente materici e dalle trame variabili che raccontano metamorfici paesaggi dell’anima. Ogni brano di colore è una storia, un dialogo con lo spettatore al quale propone un itinerario di visioni nostalgiche della propria terra emiliana, della quale esalta le preziosità delle maestà, le Madonnine di tutte le epoche poste nei tempietti a protezione dei viandanti, frutto di una tradizione locale, e delle costruzioni medievali romaniche contrapposte ad un’altrettanta preziosità, quella della natura lucana dai colori intensi e profondi e dalla ritualità arcana. Percorsi visivi e mentali, pervasi da sinfonie cromatiche, esplorano i vicoli e i borghi di un qualunque paese i cui contorni si confondono con i colori del tramonto. Da essi promana una percezione di purezza dei luoghi, associata ad una volontà utopica di aspirazione trascendentale che raggiunge il suo culmine nell’albero, sorgente di vita, e che ci connette con l’universo e i suoi fenomeni.

    Quelle di Borghi sono visioni, evocazioni, improvvise folgorazioni, scelte estetiche che trattano di cose semplici e che hanno il potere di ammaliare offrendo una decodificazione di mondi immobili nel tempo. Non un racconto e un’analisi manifesta, ma un intreccio di sensazioni che svelano la verità delle cose che l’artista dimostra di intuire e di saper vedere. Una trascrizione intima avente il carattere di un diario che evoca stratificazioni remote della realtà mediante assonanze e simboli. Ne emerge l’immagine di un Borghi narratore di storie che predilige le atmosfere ancestrali e che mostra di avere assimilato suggestioni di tipo letterario e musicale. Un Borghi visionario che si esprime senza pregiudizi, che crede nel potere dell’incanto e del sogno, palesato attraverso un tocco a volte graffiante, a volte morbido e delicato, ma sempre fortemente materico, con un equilibrio compositivo che organizza lo spazio nel quale sono percepibili sonorità.

     

    La luminosità di certi cromatismi cede il posto ai toni più caldi e avvolgenti del crepuscolo, seguito dalla notte con la sua aura misteriosa, foriera di allusioni e di presagi, la fine di un percorso e di un viaggio. “Io poeta notturno/vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,/io per il tuo dolce mistero/io per il tuo divenir taciturno”, scrive Campana in La Chimera, versi che in Borghi assumono il valore di un canto mistico e solitario che tocca le corde dello spirito, dal quale scaturisce una magia alchemica pervasa di accezioni nostalgiche di evasione che hanno il potere di incantare.

  • 2018 - Stefania Provinciali - Anthology

    RIVELAZIONI INCANDESCENTI

     

    di Stefania Provinciali

     

     

     

    C’è fuoco e fuoco che arde tra le mani dell’artista. C’è il fuoco delle idee e il fuoco della materia. C’è una fucina tutt’attorno che attizza quel fuoco e lo mantiene vivo, dove le scintille infrangono i muri della mente e portano idee destinate a soluzioni diverse e inaspettate. E’la fucina di Vulcano, là dove Alfonso Borghi ha plasmato le sue sculture, terrecotte e bronzi che hanno dato alla materia valenze diverse rispetto a quella pittorica che lo caratterizza ormai da tempo. In questo plasmare in attesa del fuoco che dia forma immutabile all’idea le soluzioni appaiono certe e l’immagine nella pienezza della terra trova riscontro visivo.

    Alfonso Borghi ha realizzato poche sculture ma a sufficienza per poterne dar conto accanto all’altro filone delle ceramiche. Sculture che paiono metamorfosi di un mondo reale, o meglio di reali oggetti, pensieri, forme di vita. Non è più narrazione di qualcosa che ha affascinato l’occhio e la mente dell’artista e lo ha spinto a creare suggestioni visive, emozioni da condividere. E’ la forma che parla, nel significato pieno di materia, che gli parla per dar ragione dei pieni e dei vuoti, dello scavare e dell’aggiungere, del plasmare e del nascere dell’idea. Il Novecento, secolo breve, si è ormai chiuso passando alla storia dell’arte e della critica d’arte. si è chiuso anche per gli artisti che hanno lavorato e continuano a lavorare tra i due millenni rendendo visibili ciò che è stato e ciò che sarà.

    Poco si è detto di quest’agire di Borghi travolto, per chi lo conosce bene, da quel suo continuo desiderio di riscontri nuovi, da quella sua curiosità che guarda al mondo che lo circonda, di natura, di musica, di parole, di oggetti. Nella fucina di Vulcano Borghi sta affinando le proprie armi.

    Se il primo approccio poteva apparire solo un bisogno più tattile rispetto al fare in pittura, che per Borghi è comunque tattilità, il risultato ha avuto risvolti inaspettati.

    Più forma, meno tensione, più certezza dell’idea espressa, meno necessità di indagare l’animo per comprendere le emozioni: la realtà è lì come la materia con una forma mai definita ma sempre leggibile al primo sguardo.

    E’ il tempo che offre una sintesi e che la tridimensionalità delle forme scultoree pongono in evidenza. Perchè <Attraversare il tempo è l’essenza dell’idea racchiusa nella materia di Alfonso Borghi, dentro opere espressione di un racconto visivo liberatorio di emozioni e memorie> Modernità e tradizione si assommano forse frutto di quel cammino dell’arte che ogni autore si ritrova a percorrere. Un cammino che può avere nomi differenti se i riferimenti vanno alle correnti del secolo scorso. E i riferimenti inevitabilmente ci sono. Rimane certo un percorso di sintesi che ogni autore assomma nel proprio operare, fuori dai canoni che paiono così certi, dentro il vissuto.

    <Ecco allora farsi strada il tempo, procedimento della mente, che scorre su di un paesaggio che è combinazione di elementi fisici ed ideali,, ma, comunque, strettamente legati alla storia artistica di un territorio, quello in cui Borghi è nato e cresciuto, come pittore e come uomo…Ne discende un linguaggio che, pur nella valenza di un quotidiano comprensibile al mondo, è aperto a echi di mistero, a risonanze di una materia universale>. Nella scultura come nella pittura. 

  • 2018 - Giovanni Faccenda - Catalogo Generale Vol.1

    LA RAGIONE DEI SENTIMENTI

    Giovanni Faccenda

    «Non fa molta differenza il modo in cui si faccia pittura,
    a patto che qualcosa di significativo venga detto.
    La tecnica è solo un mezzo
    per arrivare a una dichiarazione poetica».
    Jackson Pollock
    Nessuna pubblicazione, quanto il catalogo generale – meglio ancora se ragionato –
    di un artista, risulta più importante per avere una visione complessiva delle varie
    fasi che hanno scandito il suo percorso espressivo. Chiunque, infatti,
    dall’occasionale beneficiario al convinto estimatore, finanche l’acuto competente,
    per merito di un simile contributo editoriale può oggettivamente valutare, attraverso
    utili comparazioni e qualche fondamentale confronto, l’affermazione di uno stile
    delineatosi fra sperimentazioni tecniche e ricerche linguistiche, tappe necessarie,
    queste, nel divenire di qualunque artefice di valore.
    Scorrendo – con un certo stupore, verrebbe volentieri da aggiungere – le numerose
    pagine che compongono questo corpus, peraltro ancora solo indicativo e parziale,
    dell’opera di Alfonso Borghi, se ne ricava immediata la sensazione, destinata
    rapidamente a trasformarsi in solida consapevolezza, di un autore ispirato e
    originale come pochi, con particolare riferimento al multiforme e affascinante ambito
    della pittura informale. Europea, è il caso, ora, doverosamente di aggiungere.
    Lo stesso modo, anni addietro, in cui egli maturò talune convinzioni, foriere di
    successive scelte e drastiche volte, parve a più d’uno come il progressivo
    allineamento verso quella direzione ove, spedita, intendeva di fatto condurlo la sua
    particolare indole. Curioso e instancabile appunto per temperamento, fin da allora
    Borghi preferì prestare ascolto e offrire i dovuti spazi ad alcune essenziali urgenze
    interiori, affinché queste trovassero, proprio nei misteriosi e seducenti territori di
    quella pittura, il loro ricercato e ultimo soddisfacimento.
    Incline com’è a cercare coinvolgimenti emotivi ogni volta struggenti e appassionati,
    questo valoroso Maestro li seppe trovare, in un arco ragionevole di tempo, senza
    stasi o crisi di fatto legittime, nelle opulente elargizioni di un mirabile connubio
    materia/colore, con il quale decise poi di caratterizzare la propria attività di pittore:
    un impegno incessante, quotidiano, esasperato fino ai limiti delle forze fisiche,
    interamente teso a soddisfare il desiderio di vedere rinati, in una realtà non più
    solamente intima, i propri travagli, al solito fecondi dal punto di vista creativo.
    In questo esercizio magnifico di volontario dissotterramento di memorie, idilli, ansie
    e turbamenti, altrimenti taciuti o addirittura definitivamente sepolti, Borghi ha saputo
    superare e tenere distante, rifiutandolo a priori, ogni pudico ripensamento, che

    interviene tentatore in coloro che hanno scelto di manifestarsi agli altri nel nome
    della verità: austero vincolo insito in ogni accentuazione del colore, volta piuttosto a
    suscitare emblematiche percezioni, oltre che avventure mentali, invero, non nella
    facoltà di tutti.
    Rari, ormai, sono gli artisti capaci di trasmettere qualcosa che, transitando dalla
    mente, bussi infine alla porta del cuore. Senza naturalmente ricorrere ad artifici
    esagerati, stranezze provocatorie, raffigurazioni inconcepibili, tradendo, così, il
    patto sancito dinanzi a etica ed estetica.
    Borghi, coerente al proprio indirizzo espressivo persino quando qualcuno potrebbe
    avanzare legittimi dubbi, specialmente tornando a ritroso nel tempo – allorché
    certamente è diverso quello che fa, ma identica rimane l’essenza che vi collima –
    appartiene viceversa a quella cerchia di «incorruttibili», per i quali successo, fama e
    mode sono accadimenti opinabili quanto effimeri. Vale dunque la pena di vivere di
    altro e per altro; di dipingere l’offerta quotidiana e inesauribile di trasalimenti
    ardenti, abbandoni viscerali, torridi disincanti.
    Ciò, in sintesi, Borghi ha sempre fatto, continua a fare e farà anche in seguito. A
    guardare quanto di cospicuo è stato raccolto in questo libro, la ragione dei
    sentimenti non ha mai smesso di essere dalla sua parte. E la pittura che lo
    contraddistingue, elevandolo nell’attuale scenario rispetto a molti altri, resterà come
    un appiglio salutare, per i più sensibili, anche per questo.
    Venezia, settembre 2018.

  • 2018 - Giuseppe Amadei - Catalogo Generale Vol.1

    FERVORE DI IDEE E CONCEZIONI ESTETICHE DINAMICHE E LIBERE

    Giuseppe Amadei

     

     

    Alfonso Borghi è, innanzitutto, un mio grande amico che seguo con crescente entusiasmo, ammiro ed apprezzo non solo per le sue famose e riconosciute capacità artistiche, ma anche per la sua semplicità, per la sua generosità e per la sua simpatia; sempre contento di stare a cena con gli amici, parlando d’arte, di sport e di politica.

    Dunque, un artista con passionali qualità umane unite a molteplici doti che lo hanno portato al successo.

    Parte dal paesello natio, dipingendo per una piccola cerchia di fanatici ammiratori che gli organizzano la prima mostra all’età di 18 anni, per arrivare poi, in maturità, a fare ammirate esposizioni in tutte le più importanti città italiane, oltre che in Europa e in America.

    Io sono un assiduo frequentatore del suo atelier e, quando non lo trovo al cavalletto a dipingere, lo vedo sommerso in una montagna di libri di artisti famosi che consulta con una avidità insaziabile.

    I poeti, gli scrittori, i pittori, si sa, sono talvolta dei formidabili copiatori, ma Borghi non copia nessuno e tantomeno ritorna alla figurazione del passato, ma i colori e le tonalità delle opere degli antichi maestri esercitano su di lui un grande fascino, sicchè non è difficile trovare nei suoi dipinti un’ocra spenta del Mantegna, un rosso vivo di Paolo Uccello o un azzurro chiaro di Antonello da Messina e via via continuando fino ad essere conquistato dal marron scuro di Permeke e dalla materia di Fautrier.

     

    Nel panorama artistico italiano, Alfonso Borghi è tra gli artisti più noti e più apprezzati.

    Per lui ogni mostra è una nuova partenza: l’esplosione dei suoi dipinti esprime un nuovo scatto, un nuovo impulso a fare un passo avanti.

    Quando Borghi si muove, non cammina, ma corre, tanta è la forza e incisività del suo procedere. Non c’è niente in lui di fermo, tutto si muove e si agita intorno al cavalletto dove stende, sulla tela, i colori con veemenza, con l’ansia nel cuore e con la frenesia nelle mani, dipingendo come in un’antica fucina. Non conosce la calma piatta delle giornate estive padane, ma la tormenta dei temporali autunnali.

    Ogni sua opera è sempre più approfondita, sempre più cresciuta in qualità e spessore. Ciò che è maggiormente maturato in lui è la densità del colore, la forza dell’espressione, la drammaticità dell’incontro tra materia e superficie, lo sprofondare della luce negli strati oscuri che stanno sotto la traccia del colore. Ed è sempre il colore che gioca un ruolo fondamentale nella sua pittura: è il colore che dà sensazioni ed emozioni che racconta storie che non si dimenticheranno più. Di fronte ad un suo dipinto, è tale l’urto che si sprigiona in noi che vien voglia di urlare.

    La creatività e la qualità delle sue opere può creare entusiasmo o perplessità, ma mai indifferenza, perché sorprendono ed avvicinano sempre, tratteggiando, per potenza espressiva, un percorso di tutta la pittura del XX secolo. Ed è la luce che rende tersa e distinta ogni pennellata, cercando ciò che è dietro ogni cosa e svelando territori artistici nascosti, espressi da fonti luminose che creano giochi di controluce e, al tempo stesso, grande unità compositiva.

    Come quasi tutti i grandi artisti astratti, Borghi ha avuto un primo periodo figurativo, ma fino da allora aveva una grinta, una forza, un piglio che lasciavano prevedere che non si sarebbe fermato lì.

    Abbandonati i connotati della pittura figurativa tradizionale, in Borghi emergono il colore, la materia, la corposità, il segno, che si esprimono in chiazze cromatiche e macchie di colore che vivono di vita autonoma e scaturiscono dall’inconscio dell’artista che non si accontenta di un gesto vuoto e gratuito, ma vuole produrre un atto creativo. Sono opere folgoranti di una qualità molto essenziale che sembra bucare la tela e lo spazio e sono facilmente riconoscibili per quella felice sintesi tra luce e quel perfetto equilibrio tra materia e forma, che è il risultato più alto della sua pittura.

    Nel suo lungo percorso artistico, Borghi ha attraversato e segnato anche un periodo futurista nel quale attinge ispirazione dallo stile delle opere di quell’epoca nella quale la velocità è stata definita “eterna”, il cui dinamismo è stato espresso nelle opere di Boccioni, Carrà e Balla, oltre ad essere state messe all’ordine del giorno dall’eretico Marinetti, che considerava il Futurismo come lo strumento idoneo per scuotere i conformisti.

    Borghi ha molti spiriti vitali in corpo e lavora furiosamente, avendo una pittura veloce, rapida e luminosa.

    Il nuovo, in arte, secondo il canone futurista è stato scoperto dalla bellezza della velocità, dal rombo dei motori e dal chiarore delle luci che congiungono le strade che vanno dalla terra al cielo.

    Negli ultimi anni del 1960, Borghi spicca il volo, proprio quando si afferma un “modus” nuovo di fare pittura: è una corrente, una sorgente condivisa che lascia spazio al primato dell’espressione individuale, moltiplicando i linguaggi narrativi. Si punta sulla materia e sul gesto nel tentativo di dissacrare il linguaggio colto, si giunge alla crisi della forma e al recupero di una degradazione dell’immagine; cambia il concetto di spazio e si esplorano nuovi significati nell’utilizzo del colore; sono le tinte forti del Rinascimento, riesumate servendosi della modernità per esaltare la tradizione.

    La pittura di Borghi si muove da sola e nessuno può fermarla, come la corrente del Po, con i suoi ritmi a volte visibili ed a volte sotterranei. Gli artisti più significativi sono quelli che aiutano a vedere le cose nascoste, nel modo più bello e più libero. Con i suoi pennelli, diventati celebri, Borghi è riuscito a dare espressione al colore e significato ai più grandi poeti della nostra epoca, elaborando cicli pittorici che hanno avuto un enorme successo. I veri artisti hanno la sottile capacità visionaria di porre problemi espressivi sempre nuovi e di anticipare soluzioni, indicando terreni inediti di linguaggi e tecniche. È cambiata la produzione nel mondo; è cambiata la pittura, che è il riflesso della società; è cambiato l’uomo, è cambiato tutto e quando scrutiamo l’intelligenza e la profondità del pensiero umano ci sentiamo smarriti, pensando che l’uomo è stato fatto, secondo l’ottavo salmo dell’Antico Testamento, di poco inferiore alla Divinità, mentre tutto passa e scorre come il tempo.

    Nei secoli scorsi si curava l’armonia della forma, oggi Borghi cura l’armonia e le tonalità dei colori. Dice Baudelaire: ”tutto, lo stesso colore nero, sembra netto, chiaro ed iridescente”.

    Lo splendore luminoso del colore si arricchisce in Borghi di morbidezza cromatica derivata da una profonda ricerca e le nitide strutture spaziali giungono ad eliminare il valore della forma.

    Piero della Francesca dava solo alla forma “un valore universale” mentre quella oggi non esiste più. In Borghi al posto della forma subentra un sottile gioco tra realtà fisica della materia, in continuo divenire, e la rapida, fuggitiva realtà fantastica dell’immagine. I suoi dipinti sono eseguiti con straordinaria attenzione alle vibrazioni luminose, utilizzando vari materiali sempre nuovi come la pomice, i riccioli di legno, la segatura, i sacchi, le pietre colorate, i listelli di legno, l’oro in foglia, le pagliuzze, la carta ondulata, la carta da musica, i colori all’olio e all’acquerello, acrilici e smalti. Il tutto viene lanciato con una vigorosa spatolata di materia ed una leggera pennellata perfezionata e rifinita con preziosi tocchi di colore. Nelle sue opere c’è tutta l’energia creativa e la forza vigorosa di quel vivace periodo artistico cha va sotto il nome di “espressionismo astratto europeo” che si ricollega e si integra alla seconda generazione degli espressionisti astratti americani: i famosi Francis, Still, Pollock, i quali hanno rinnovato l’arte ed influenzato, in modo determinante, tutta la pittura contemporanea in America, in Europa ed in Italia.

    Borghi possiede in sé la natura sorprendente dell’energia e dell’immaginazione, meditando sul mistero della materia delle cose e della materia della pittura.

    Scrive Whitman ( le cui poesie Borghi ha interpretato con intensi dipinti che hanno avuto un vasto successo): “farò i poemi della materia, poiché credo che siano i più spirituali poemi”.

    Quella materia, che Borghi ama e che è così cara a Fautrier, è la misurata distribuzione di colori che si compenetrano l’uno nell’altro e si isolano l’uno dall’altro, sfiorati dalla luce, perché anche la luce ha un colore che ha come vincolo indissolubile l’ombra. La luce di Borghi è come una magia, come una materia mutevole che produce una gamma di colori come strati di sogno.

    La lotta di Borghi con il colore è uno degli aspetti più affascinanti della sua pittura. Bisogna conoscere le nostre nebbie, la “fumana” sul Po, le calure e le tonalità della pianura padana per esprimersi con quel colore e con quella materia dalla risonante musicalità.

    La pittura di Borghi è una realtà che si trasforma continuamente. Dentro i suoi dipinti si possono immaginare i colori dei nostri tramonti, i misteri della vita e i colori dei pittori del Rinascimento. Il suo colore è un impasto di vita e di energia. I suoi dipinti sono costruiti alla stessa maniera di una composizione poetica, sono opere che sottolineano il significato più profondo dell’arte e sono uno spunto ed una riflessione sul senso e sulla creatività.

    Dice Velazque, “il pittore dei pittori” nessuno è un grande pittore se non ha un suo linguaggio”. Borghi ha un linguaggio suo e vasto come una enciclopedia. Egli trova sempre qualcosa da aggiungere o da togliere, da cambiare o da inventare: ha uno stile inconfondibile con un suo marchio che si differenzia nel colore, nella materia, nella forma e nella tonalità. Conosce sempre come comincia una pennellata, non sa mai come finisce: si rinnova all’istante.

    È sorprendente e straordinario come riesca a ricreare un’atmosfera fantastica, basandosi su un ricordo o su un’emozione.

    Il colore, nelle sue masse armoniche, è largo, scolpito e copioso come quello dei grandi coloristi e, nello stesso tempo, profondo come una melodia che annulla i confini e le distanze tra soggetti diversi investiti da qualcosa che diventa sempre più evanescente.

    I suoi staordinari dipinti, con i loro coni di luce e di ombra, diventano sempre più travolgenti e sottolineano una perentoria vocazione artistica ed una esperienza esistenziale approfondita. Sotto il nostro sguardo i suoi colori sfumano nell’immaginario e la fantasia modella la realtà. Dentro il caleidoscopio dei suoi colori affiora sempre un fascinoso disegno che fa diventare indimenticabili le opere del Maestro.

  • 2017 - Gianfranco Ferlisi - Sulle Ali dello Spirito

    Sulle ali dello Spirito

    Gianfranco Ferlisi

    «E tutto mi sa di miracolo;

    e sono quell’acqua di nube

    che oggi rispecchia nei fossi

    più azzurro il suo pezzo di cielo,

    quel verde che spacca la scorza

    che pure stanotte non c’era».

    (Salvatore Quasimodo, Specchio)

     

     

    Nel momento in cui le opere di Borghi si distendono nell’incanto del Refettorio Polironiano prende avvio l’emozionante dialogo con una storia di arte e di fede lunga più di un millennio, un dialogo in cui ogni opera si arricchisce del riflesso aggiunto di una speciale grazia, di un’imprevista ispirazione. È così che il percorso si fa quasi prodigioso, un distillato sublime di arte, perché ciascuna tela apre inedite sfaccettature dell’animo: un animo serafico e al contempo impetuoso, com’è la sua pittura, fatta di astrazione, di gesto, di materia e di forza espressiva traboccante. L’artista lascia zampillare emozioni e sentimenti con irrefrenabile libertà, in un muto ma fertile incontro con lo spazio che richiama alla mente le vicende di Matilde di Canossa e di papa Gregorio VII, di un monastero che si aggregò a Cluny, di un cenobio che accolse opere di artisti di fama indiscussa, come Giulio Romano, Correggio, Girolamo Bonsignori, Antonio Begarelli e Paolo Veronese.

    Forse anche per queste occulte presenze di arte e di storia ogni tela sembra assumere la dimensione di un teatro, in cui viene esaltata la sensualità di un tessuto pittorico ribollente come magma, dai contorni incerti, dalle accensioni timbriche che, ancorché spesse e compatte di matericità, risultano tuttavia delicate e fragili, quasi in via di dissolvimento, tanto da rendere instabili i confini fra ogni campo cromatico. Un impalpabile legame con lo Spirito innerva però la pittura e si riverbera sui toni, sempre più accesi e brillanti, sui ruvidi grumi delle paste pittoriche, sulle sabbie e sulle terre, sui fili d’erba e sulle impronte di ditate inquiete. Mai come in queste opere emerge la capacità dell’artista di vivere intensamente d’immaginazione, di apparizioni di luce e di lontananze poetiche e sacre. È una narrazione carica di inedita forza incisiva ed evocativa: nella sua esplosione post-informale, nell’umana dimensione della pittura, emerge la percezione di un mondo in cui aleggia, quasi impercettibile, il soffio vitale del disegno dell’Altissimo. E le opere, nell’indagine di un materiale inizialmente informe, diventano espressione del disagevole cammino del vivere, con i suoi misteri e i suoi drammi, frammenti di esistenza toccati dall’inarrestabile riflessione sulla pittura. Inarrestabile, perché la ricerca di nuove cose da dire e, dunque, di nuove forme da forgiare ha infinite direzioni, e perché la tensione dell’arte nasce dalla rivelazione di realtà ignote, avvertite come possibili. È così che la pittura si autoalimenta, in un costante processo di ricerca, giorno per giorno, con gli occhi, con le mani e con la mente. Ed è così che, d’improvviso, come un dono divino, affiorano qui immagini di un’austera umanità, specchio di un intimo sentire, capace di creare una materia che, grazie ai colori, alla loro consistenza e al loro disporsi sulla tela, diventa nel contempo, significante e significato dell’opera, intenzionale veicolo di ispirazione. È la meraviglia del suo stile, frutto di molteplici riferimenti, spesso legati al passato, a dirci che Borghi coltiva un’elegante misura, una cura maniacale di ogni dettaglio, un ritmo compositivo e una fermezza che ci portano sul crinale dell’irriducibile confine tra la pittura oggettiva e quella astratta. Così da Fautrier a Bosch, da Kiefer a Kokoschka, da Baselitz a Benozzo Gozzoli, da Tápies a George Pielmann, l’artista si muove nello sforzo di conciliare gli opposti. E la fede, allusiva e all-pervading, nella sua mineralizzazione sulle tele, si cala nella concretezza dei rapporti cromatici e ogni opera diventa scaturigine di speranza e silente preghiera. È il segno della libertà creativa, il cui nucleo originario rimanda a un tempo, quello della giovinezza, in cui egli cercava nell’arte una diversa e nuova situazione immaginifica e antinaturalistica, una realtà segreta da lasciare affiorare. E alla fine le opere portano là dove le parole non arrivano: la pittura diventa la chiave per accedere al sentimento del sacro, per volare sulle ali dello Spirito là dove tutto sa di miracolo.

     

     

  • 2016 - Gianmarco Puntelli - L'Olimpo della Materia

    L’OLIMPO DELLA MATERIA PUÒ CREARLO SOLO CHI CONOSCE I SEGRETI DEGLI DEI

    di Giammarco Puntelli

     

    Un Olimpo dal quale vedere destini, emozioni, moti dell’animo. Alfonso Borghi entra, con le sue opere, a Casa del Mantegna, luogo e laboratorio di arte senza tempo, per confermare lo stupore che generano alchimie inedite e l’illusione di colori, autori di materiche presenze, che accompagnano la consapevolezza della nascita di emozioni sopite o mai provate.                                                             

    Se l’arte è presa di coscienza, e se Andrea Mantegna ha restituito all’arte stessa la presenza pesante di un corpo che si prepara alla leggerezza di un Resurrexit annunciato, Alfonso Borghi ci porta la forza dinamica di una materia contaminata da colore come movimento di vita del codice genetico di un lavoro che si pone ai vertici dell’arte contemporanea di espressione, informale, oggi, in Italia e nel mondo.        

    Per essere artista occorre avere la follia di voler percorrere, ogni giorno, un ottovolante di emozioni fino a quella discesa libera che metta alla prova l’equilibrio razionale quotidiano. Per essere maestri occorre far diventare queste azioni un’abitudine, condividerne i risultati attraverso sottilissime emozioni con chi osserva le opere, fare in modo che ogni iperbole diventi fatto unico e dare vita a realizzazioni originali mai viste prima.                                                                                                       

    Alfonso Borghi è artista ed è maestro. Proveniente da una figurazione forte, decisa e pensosa, di un’epoca che sembra ormai lontana, con una storia che incrocia il secolo scorso e non dimentica il sapere dei secoli precedenti, Borghi ha trovato il suo centro di gravità nel disequilibrio emozionale e nell’equilibrio formale di opere dell’incanto e della meraviglia.                        

    Alchimista nei materiali, costruisce terreni nuovi di arte pura e di pittura vera, eccellente nel dominare il colore asservendolo a quelle pulsioni di ricordo e di spinta verso il futuro che solo una vibrazione potente e persistente riesce a compiere.                             

    Quell’equilibrismo materico genera una gestione apparentemente irrazionale dello spazio pittorico ed emotivo nella stesura del colore, dando, nella composizione finale, un risultato di eccezionale forza narrativa e di insuperabile presenza teatrale, poetica e narrativa di lavori che diventano un autos nomos governati dalle proprie leggi di materia, composizione e riflessi artistici.                                                                                   

    Questo è l’Alfonso Borghi che trasforma ogni emozione nel codice della pittura, che traduce il sentimento nella vibrazione del colore, che ci narra di esistenze e di idee con l’alfabeto segreto di un filosofo che lascia messaggi comprensibili solo alla nostra anima.                                                                                                                                         

    Le sue opere, comprese quelle plastiche, sono manifestazioni di una percezione precisa e “alta” della realtà.                                                                                                            

    Se ciò che è importante non è ciò che è, ma quanto filtrato dai sensi nel nome di una percezione soggettiva che può essere trasferita ad altri, Alfonso Borghi è autore e tramite di questo processo. Ciò che osserviamo nei suoi lavori è l’esatta percezione dell’anima dell’artista di un tema spogliato dalla sua presenza reale per poterne leggere le essenze segrete e i pensieri nascosti. Proprio tali essenze e pensieri diventano un qualcosa di immediatamente trasferibile a chi osserva i suoi lavori e, grazie alla sua voglia di indagine e di ricerca, le persone riescono ad avere l’esatta presenza di un tema spogliato dalla manifestazione e dalla sovrastruttura data dall’intervento dei sensi. Ecco il poeta che ci fa vedere le cose per ciò che sono e non per ciò che sembrano, ecco l’artista che squarcia il velo del “già visto” per raccontarci la verità ultima di ciò che rappresenta.                                                                     

    Tutto questo crea un effetto particolare sulle persone. Posso testimoniare nelle mostre da me curate con le opere di Borghi, insoliti episodi durante gli allestimenti. Quando si posizionano le opere e si portano nei luoghi istituzionali, con una certa frequenza, si vedono persone magicamente attratte dai lavori, e spesso intralciano gli allestimenti stessi. Piccole folle ipnotizzate dall’arte di Alfonso Borghi che racconta loro, per la prima volta, con le sue opere, la vera essenza delle cose percepita dal maestro nel linguaggio dei colori e con il supporto della materia.                                                     

    Nell’anno della Cultura 2016 entra a Casa del Mantegna un maestro che segna un periodo storico, entrano opere che cambiano il nostro modo di pensare in trasformazioni dell’essere, dove la comprensione dell’esistenza diventa percezione dell’anima.                                                                                                                                 

    Ci prepariamo a vivere quell’Olimpo della Materia che solo un autore e un artista che conosce i segreti degli dei può regalare agli appassionati d’arte.

  • 2015 - Giovanni Faccenda - La Pittura Alimento dell'Anima

    La Pittura Alimento Dell'Anima
    di Giovanni Faccenda - 2015
     
     

    SULLA ROTTA DELLE EMOZIONI
    "NAVIGO IN UN MARE IN TEMPESTA OGNI VOLTA CHE DIPINGO.
    LA TERRAFERMA LA INCONTRO APPENA MI ALLONTANO DAL CAVALLETTO."
    JEAN FAUTRIER
    Acceso dai consueti, febbrili ardori, ogni volta che decide di accondiscendere la propria, inesauribile urgenza di pittura, Alfonso Borghi mostra nella sua stagione creativa più recente inattese suggestioni letterarie (Campana, Dickinson, Sanesi), densità cromatiche – le diresti – colme di inediti umori, esito ultimo, queste, di una ricerca che apprezzi al solito indomita e sempre esasperata in quei territori espressivi costellati da riflessi sentimentali vibranti e, nondimeno, mutevoli.

    Resiste e si rafforza, al fondo di una volontà espressiva ora razionale, ora istintiva, l’essenza stessa del dipingere senza realistici riferimenti, ammesso che concretizzare sulla tela uno stato animo particolare, la naturale alternanza di idilli e trepidazioni, non sia anche questo un modo di manifestare una personale realtà. Interiore, evidentemente.

    L’estro fecondo di Borghi appare continuamente sollecitato da voci cavernose che echeggiano nella profondità della sua anima. Raccontano di notti insonni, albe catartiche, lunghe ore sottratte al dominio monotono del giorno per costituire il lievito di una pittura sempre sorprendente nelle proprie fascinose trame e, particolarmente, in certi incagli meditati e impavidamente esibiti come prova di un magnetismo occulto insito nella stessa seducente consistenza della formula materia/colore.

    Risiedono lì, in quell’aura sferzante che solo i più sensibili riescono ad avvertire – giacché essa è confinata in un labirinto arcano, invisibile in superficie –, i richiami maggiori che hanno scandito la partecipazione e l’impegno di Borghi in rapporto a questo suo cospicuo ciclo pittorico portato con tenacia a compimento. Vi collimano limpidi, fra l’altro, aneliti straordinariamente vitali, intuizioni fulminee, un inalterato contributo emozionale che insiste laddove rigogliosi volumi difformi accendono curiose percezioni mentali.

    Altro spessore, allora, assumono questi dipinti, ove l’incedere virtuoso di Borghi, condotto attraverso i tradizionali ausili tecnici, è tutto racchiuso in variegate ondulazioni di sapore esistenziale nelle quali, neanche tanto evanescente, è dato di cogliere il senso, gli affanni, finanche gli sporadici entusiasmi, della vita di ognuno. Sedimentazioni opulenti, dunque, da intendersi come scrigni, entro i quali si alternano memorie, sogni, fugaci incantamenti.

    Il fascino adamantino dell’opera di Borghi risiede, intatto, nel suo delizioso mistero, in quel garbato metodo di suscitare interrogativi estesi a una dimensione non più individuale, nella forma, certo subliminale dal punto di vista visivo, di sovrapposizioni materiche e coloristiche che esprimono spunti narrativi in abbondanza. Tanto che limitarsi alla riduttiva etichetta di pittura informale, equivalente a un giudizio critico superficiale e sommario, è certo far torto a un artefice ispirato qual è Borghi, fra i pochi capaci di travalicare le stucchevoli omologazioni tipiche dello scenario artistico contemporaneo.

    Quanto caratterizza la nitida identità del suo lavoro appartiene, infatti, a uno stile rigorosissimo, incline soltanto a solitarie esplorazioni. Ha così tanto da indagare e cercare dentro se stesso, Borghi, che ciò che lo circonda può interessarlo giusto nella misura in cui questo arricchisca o depauperi il proprio universo interiore: scorie che vanno a sommarsi, come polvere del tempo, a cicatrici rimaste nel cuore indelebili.

    Stupisco, oggi come ieri e sempre, di simili grovigli che garantiscono alla pittura anche una dimensione fisica, ne ricerco desideroso l’incontro; ogni volta provo a spingermi oltre l’epidermide affascinante di dipinti che racchiudono, di Borghi, la grandezza dell’uomo e del pittore.

    Venezia, settembre 2015.

  • 2014 - Massimo Duranti - Sonorità Materiche

    Sonorità Materiche
    di Massimo Duranti - 2014
     
     

    ALFONSO BORGHI DELLE SONORITÀ
    L’approdo alla Rocca misteriosa di Perugia
    Dodici mesi di epifanie - ci sia consentita la licenza -, perché quelle presentate da Alfonso Borghi fra Roma, Genova e Firenze in spazi prestigiosi quali il Chiostro del Bramante, il Museoteatro della Commenda di Prè e Palazzo Medici Riccardi, per temi trattati e autorevolezza delle presentazioni che le hanno accompagnate, non sono state mostre ordinarie, bensì momenti che rimarranno ben presenti nel suo itinerario estetico. Ed ora questa feconda stagione si conclude nell’austero, quasi misterioso - per i fatti di cui è stato scenario - antro buio della Rocca Paolina di Perugia: la parte sotterranea cinquecentesca del mastodonte architettonico disegnato dal Sangallo, al quale lo strapotere papalino aveva ordinato di distruggere e inglobare case e torri dei disubbidienti Signori di Perugia come alto monito da rivolgere plasticamente alle intemperanze nobiliari e popolari. Occorsero secoli per cancellare quella sopraffazione architettonica con la furia distruttrice dei perugini che, con l’avvento del Risorgimento e dell’Unità d’Italia, abbatterono quel simbolo di potere nella parte emergente seppellendone con i detriti quella inferiore. Lentamente liberata dalla rabbia di quei detriti dopo quasi un secolo e poi penetrata da avveniristiche scale mobili, è oggi splendido, seppure difficile contenitore (anche) di cultura artistica.
    Di questa rocca e dei suoi silenzi si è innamorato Borghi che si presenta per la prima volta a Perugia, dove pure ha da tempo estimatori, scoprendo al contempo questa regione tessuta di verdi ondulati di natura, costellata di azzurri lacustri e fluviali. Ha voluto così inondare quel silenzio con suggestioni di musica e di versi, di natura certo, che effondono le sue opere. E allora queste grandi tele e tavole ingentiliranno tanta storia tragica e austerità sprigionando finte grommosità della pasta acrilica disseccata, spessa e densa, appesa magicamente alle tele.

    Appunti per una (futura) doverosa sistemazione della vicenda artistica
    E' tempo che la produzione di Alfonso Borghi venga sistemata criticamente.
    Sfogliando i cataloghi delle sue mostre degli ultimi anni questa convinzione si rafforza esulando dal vezzo del critico che cerca di incasellare e di ordinare anche quello che - a volte - non è ordinabile.
    Una sistemazione che presuppone una completa ricognizione della produzione e una comparazione dell’antologia critica, ormai ampia e ricca, per le quali occorrerà dunque del tempo. Dopo l’importante ciclo di mostre appena ricordato, dove sono state presentate opere soprattutto della produzione degli ultimi anni, con rapidi accenni, soprattutto catalogici, alle origini e alle stesse attenzioni extra pittoriche dell’artista, peraltro non recenti, si impone, appunto, un progetto di sistemazione. Ci si limiterà in questa sede per ora a compilare una semplice scaletta di lavoro per una rilettura ragionata.
    Un percorso ricognitivo e di ricerca che parte necessariamente dalle prime prove a Campegine della metà degli anni Sessanta, prove da autodidatta - condizione permanente del suo fare arte -, per le quali la Vinzani scrisse di “natura astratta”, ma delle quali si conosce ben poco. Nella biografia dell’artista si legge invece di “figurativo morandiano dei primi anni”, anch’esso tutto da riscoprire. Sgarbi scrive di paesaggi della fine dei Sessanta, anch’essi da rintracciare. Importante, dello stesso periodo è invece il breve soggiorno a Parigi che suscita nel giovane Borghi molte suggestioni, ovviamente per Picasso e il Cubismo, che riemergeranno pittoricamente più tardi. Al rientro dalla capitale francese incontra George Pielmann, allievo di Kokoschka - del quale si espone in questa mostra, a mo’ di incipit simbolico, Ritratto di Aliuccia (la compagna fedele di una vita dell’artista) del 1972 -, e allora subisce una influenza espressionista, che applicherà poi alla materia, stagione anch’essa tutta da mettere in luce e ristudiare. Dalla seconda metà dei Settanta Borghi avvia un discorso neosurrealista, ma lambisce anche un astrattismo con declinazioni futuristegganti. Anche queste stagioni di tangenze, seppure più note, andranno ben valutate. Infine, lo scatto deciso nei primi anni Novanta per una soluzione materico-cromatica della pittura che non rimane statico, ampliando progressivamente lo spettro delle suggestioni e affinando la tecnica con sperimentazioni e vere proprie invenzioni.

    Una nuova attenzione alle suggestioni musicali
    Consentendolo i grandi spazi della Rocca Paolina e la loro articolazione, questa mostra perugina, oltre presenta un cospicuo gruppo di opere di Borghi che abbraccia le tappe fondamentali del suo itinerario estetico. In particolare però si sono volute sottolineare le suggestioni per la musica e talvolta per la poesia. Il tema della musica non è certo inedito essendo stato già oggetto di alcune presentazioni, a partire da “Giuseppe Verdi i colori della musica nel 2001 a Parma, per il centenario della morte del massimo compositore italiano, e poi La musica del colore del 2012 a Reggio Emilia, entrambe curate da Luciano Caramel. Ora, con Sonorità materiche, si è voluto legare la musica alla materia borghiana intesa come colore e plasticità, non certo come “illustrazione” musicale. E allora, a anche la scelta dell’immagine della mostra è caduta su Trovatore del 2001, nella quale l’artista raggiunge una sicura vetta di trasfigurazione pittorica della narrazione originaria di Gutiérrez. Il grido “Di quella pira l’orrendo foco tutte le fibre m’arse”: la pira preparata per eseguire la condanna al rogo della zingara Azucena è lo spunto per l’aria verdiana fra le più celebri del nostro melodramma, drammatica invocazione del figlio Manrico, seguita dalla minaccia “io tra poco col sangue vostro spegnerò”, ci viene restituita plasticamente con una eccezionale tessitura verticale di colore materico, nella parte centrale del grande dipinto, già a brandelli per la rapida consunzione delle fibre da parte del fuoco già spente per l’inondazione di sangue vermiglio, ma anche con una complessiva atmosfera intrisa di drammaticità nello scenario di scabrosità muto e cupo.
    E’ però inutile esercizio cercare nelle opere di Borghi corrispondenze semiotiche fra note musicali e accordi cromatici, fra ariette d’opera, sussulti materici e scarti cromatici. Anche in questa pittura di ascendenza musicale, l’artista opera infatti evidenti trasfigurazioni di non agevole lettura. Parlerei semmai di una sorta di sottesa simbiosi.
    Emblematico di questo legame simbiotico di trasfigurazione è Messa da requiem, ancora del 2001, in mostra, di eccezionali dimensioni: otto metri quadrati di pittura, una sorta di spartito gigante dal pentagramma aumentato e verticalizzato, da leggere dal basso in alto, entro i cui spazi si dipanano accenti di mestizia affogati nel nero scabro, screziato di rossi-marroni. Corridoi musicali di riscatto dal peccato da percorrere in verticale con trionfo finale, in alto, di chiarori ancora da maturare: il trionfo paradisiaco intravisto. Non c’è infatti il fuoco dell’inferno, semmai si intravede nelle screziature, ma è cogente il nero della disperazione. Tutt’intorno, la materia cromatica restituisce la potenza dell’invocazione corale del perdono divino.

    Quale materia e quale informale?
    L’assunto di questa presentazione attiene alla dimostrazione della sostanziale autonomia di linguaggio e di poetica di Borghi, al di là di plausibili riferimenti e debiti nei confronti dell’informale nella sua declinazione naturalista, nella ricerca di una pittura materica fondata sul colore, non figurale, ancorata alle suggestioni della natura e a quelle di musica e poesia, così come a certi esiti del gruppo Cobra, ma nel suo caso più “romantici” e meno gestuali.
    L’anacronismo informale apparente di Borghi, ampiamente letto e riletto, variamente interpretato, è diventato quasi una curiosità morbosa della critica. Parliamo di questa pittura materica, neo informale, esplosa letteralmente, con uno scarto deciso nel cammino estetico dell’artista nei primi anni Novanta. Un materismo cromatico, soprattutto, che si avvale di impasti acrilici che diventano materia da modellare sul supporto con un linguaggio aniconico che assume una veste pseudo informale, neo informale, diversamente informale che dir si voglia, nutrito da una poetica di ascolto dell’ambiente e delle sue suggestioni.
    Ma la materia di Borghi – è bene chiarirlo una volta per tutte - non ha storia, è pura invenzione tecnica. Quella materia non rappresenta nulla, non è metafora di alcunché perché artificiale, mezzo fisico anonimo, certo molto funzionale per comporre e creare mentre si compone. Il che non è affatto sminuente perché quello che conta in arte è soprattutto l’esito finale e, certo, le motivazioni - la poetica - che sottende la creatività.
    Per capirci, questo neo informale non ha nulla a che vedere con l’informale di Burri che nella sua più fulgida stagione ha fondato proprio sulla materia la sua espressività. I suoi catrami non sarebbero diventati i catrami di Burri se non fossero costituiti da vero catrame, come i sacchi, le plastiche, i ferri; la nobilitazione attraverso gli equilibri formali ed estetici ha fatto poi il miracolo. Conferma Argan nel 1960 che “Le materie di Burri sono cose che hanno una lunga storia nel mondo...poi abbandonate” .
    E’ la stessa cosa del cemento di Uncini che diventa opera d’arte in sé.
    La materia di Borghi è mimesi di idee e di suggestioni. Un’imitazione che Platone assolve quando non si tratti di imitazione artistica tout court perché riproducendo o copiando ci si allontana dalla verità che risiede solo nelle idee e, dunque, quando “ci si ispiri alla poesia”.
    Borghi modella, strappa, lacera, incide profondamente, manipola insomma come un alchimista questa consistenza malleabile che appende poi alla tela, ma l’alchimia si completa solo col colore quando l’artista questa pasta fa diventare colore materico e spessore pittorico dosando abilmente le cromie, spesso pure, altre volte mescolate.
    Parallelamente materializza palpiti, esaltazioni, stupori che vengono sempre dalla natura o spesso dalla umana genialità, sia essa musicale o poetico- letteraria.
    Del colore scrive Giuseppe Amadei nel 2011 “E’ soprattutto il colore che arricchisce le opere di Borghi di un fascino e di un velo di mistero che cela dietro ciò che non si comprende fino in fondo…”. Nella mimesi alchemica l’esito assume aspetti via via di naturalità, meglio di declinazioni della natura: legno, scorza d’albero, oppure intonaco, mattoni, realizzando spessori variabili, ferite, corrosioni, anfratti segreti, vibrazioni, vento leggero o di tempesta. Dunque, mimesi cromatica, ma anche morfologica.
    Lavora su tela con pennelli, spatole più che altro, e le stesse mani, prediligendo le grandi o medie dimensioni; su carte robuste stende col pennello un colore ovviamente meno denso.
    Ci può essere anche una lettura della poetica di tipo alchemico, come nota Giulia Sillato che scrive nel 2014 di “misterici organismi di non facile lettura” e di “rimandi ancestrali a origini del mondo” . Anche Faccenda, nel 2014, scrive di “alchimia e visionarietà” della pittura di Borghi, ma soprattutto di “remote profondità della pittura” e di “suggestioni sensoriali”.
    Chiarito, almeno si spera, il significato di materia nel lavoro di Borghi, è altrettanto utile ridefinire i collegati (alla materia) riferimenti categoriali della pittura di questo artista. L’informale è un movimento artistico che, in effetti, non si è limitato a segnare la rottura col passato all’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, variamente praticato sia solitariamente dal già citato Alberto Burri e poi da Fautrier, Tàpies… nonché, come vedremo meglio più avanti, da un gruppo di artisti italiani come Mattia Moreni, Ennio Morlotti, Sergio Vacchi, lo stesso Leoncillo in scultura, Giuseppe De Gregorio (e gli altri del Gruppo Spoleto), bensì ha conosciuto seguaci, quando non epigoni negli anni Settanta, Ottanta e tuttora, perché più che un movimento è una modalità espressiva ormai definibile “classica”, ma sempre di neo informali occorre parlare, categoria alla quale in molti vogliono collocare Alfonso Borghi, come la Sillato che si pone un po’ come mediatrice, ma non del tutto convinta, quando scrive proprio quest’anno che la pittura di Borghi è dell’ “ ambito dell’informale contemporaneo , ma “desueta”. Molto netto invece il pensiero di Caramel che nella presentazione di La musica del colore nel 2011 definisce “Improprio, invece, il suo collegamento all’ ”Informale”, sia inteso come tendenza artistica, sia come definizione generica … che tanto ripetutamente, quanto ingiustificatamente appare negli scritti critici su Borghi”.
    Alla natura, già per gli esordi borghiani si riferisce in vari scritti Sgarbi, che scrive di “ naturalismo astratto” per la pittura della maturità dell’artista.
    A noi, che rinveniamo nel materismo di colore dell’artista una mimesi fra natura, poesia e musica, realizzata con una sorta di alchimia fra una notevole capacità manipolatoria dei colori e degli impasti e una capacità trasfigurativa, appunto, di immagini naturali e di suggestioni, pare vada sottolineato un risultato alquanto autonomo di informalità, con qualche debito più inconsapevole che coscientemente acquisto. In particolare, con il gruppo Cobra che rifiutava la tradizione e si opponeva alla ricerca della bellezza e dell'armonia nell'arte, ma se la tradizione è da tempo estranea anche nel linguaggio a Borghi, non lo è certo la ricerca della bellezza e dell’armonia, quest’ultima risultando fondamentale nelle composizioni del pittore di Campegine.
    E ancora più larvatamente si potrebbero effettivamente approfondire assonanze con l’ “ultimo naturalismo” del bolognese Francesco Arcangeli, il noto critico che promosse questa declinazione dell’informale italiano con i già citati Morlotti, Moreni, Bendini, Leoncillo, De Gregorio, Vacchi. Un’ipotesi che avevamo proposto nel 2013 in un recensione della mostra al Chiostro del Bramante di Roma sul n. 76 di Contemporart dove si precisava questa quantomeno ascendenza che attiene al riferimento remoto, ancestrale quasi, alla natura sempre presente in ogni azione sensibile dell’artista, quanto più la pittura ne risulti figurativamente estranea. Una cogenza, in effetti, presente nel lavoro di Borghi, anzi dichiarata, come confidato alla Corgnati nel 2004 che riporta una inequivocabile espressione dell’artista sul suo peregrinare “nella campagna, guardare i colori del paesaggio, osservare la natura… e intanto penso al quadro che farò”. Lo stesso Calvesi scrive nel 2000 di vocazione naturalistica della pittura di Borghi, che “nei colori, nei movimenti delle forme, nelle densità, nel respiro stesso della materia rivela sempre il suo originario stimolo di verità, l’assonanza simpatetica con i colori e le forme della natura, della realtà”.

    Spunti del percorso espositivo
    Non proprio degli esordi, ma comunque significativo di una ricerca ancora tutta da sviluppare, fra suggestioni cezanniane ed anche guttusiane, è I tetti di Parigi, realizzato dopo il viaggio nella capitale francese, opera che apre in mostra l’ampio discorso sulla pittura. Della metà degli anni Settanta sono due composizioni di grandi dimensioni che rivelano un marcato espressionismo, in costruzioni cubisteggianti, intorno a temi già surreali, come in La signora delle mosche e La ragazza dei ciechi.
    Con uno scarto temporale notevole, arriviamo ai primi anni Novanta con opere fondate ancora sul segno e sul colore usato tradizionalmente. In 14 luglio a Parigi, datato 1991, c’è ancora uno stupore per un cubismo tessuto su scomposizioni disordinate della narrazione, ma con stilizzazioni molto vicine al dinamismo futurista nelle linee forza, per restituire l’atmosfera della rivoluzione. Già di altro segno, pochi anni dopo, si presenta Concerto in cattedrale del 1994, opera che segna anche l’avvicinamento di Borghi alle suggestioni musicali, ma soprattutto indica una liberazione dagli schemi post cubisti e dalle linee futuriste, distendendosi in una pittura libera da schemi, dove il segno pittorico non costruisce palinsesti, ma verticalità e obliquità quasi casuali, suggestioni, attraverso una pittura anche gestuale vicina a Vedova. In Blus ,1995 - ancora la musica -, si legge il prendere forma della consistenza del colore che diventa prevalente rispetto al segno, ancora presente, ma in via di sparizione. Come già sottolineato, la ricerca “materica” di Borghi prende infatti avvio dai primi anni Novanta e segue un itinerario coerente di suggestioni cromatiche fra esplorazioni mentali e dirette ispirazioni poetiche, musicali e naturalistiche.
    In questa presentazione, dopo aver già citato due capolavori di ispirazione musicale, vale la pena di completare questa panoramica segnalando la presenza di Concerto in cattedrale e Blus, e ancora Les musiciens del 1990, La pastorale di Beethoven del 1998, Solitario nell’Ovest cantando del 1999, Rigoletto, 2001 e Aida, 2001. Di altra tematica
    Il tempio di Poseidone, un palinsesto complesso di matericità differenti: lacerti di tela e rametti disposti come in teche, a sottolineare il valore del conservare la memoria, e riprodurre il clima della storia, il tutto affondato nell’impasto di fondo giallo ocra, caldo e avvolgente.
    Il paesaggio della pittura dei colori materici è’ quello del bianco in Lontano è caduta la nece del 2012, una distesa di bianco costellata di tessiture variegate, geometrizzanti, ma non si trovano impronte di calpestio umano o animale.
    L’architettura è quella che in Periferia del 1998 fa intuire, nel prevalente grigiore diffuso, povertà di costruzioni, disordine, forme sconnesse che si accavallano, dipinto ancora largamente pittorico, di stesure sovrapposte, ricco di lampi e di scarti improvvisi.
    Non solo pittura, ma anche esiti interessanti di ceramica e scultura vera e propria. Le Boule di Borghi sono ceramiche (ma ve ne sono anche, appunto, nella versione in bronzo) dalla spiccata fisionomia, che nascono intorno al 2005, caratterizzandosi subito per originalità compositiva e spigliatezza cromatica. Come una scorza dura, una calotta variamente configurata, scabra spesso, anzi percorsa da solchi profondi, avviluppa i mondi sottesi e racconta le temperature umane, la mutevolezza delle stagioni.
    Un capitolo apparentemente secondario è quello del disegno di Borghi. In questa occasione se ne presenta un gruppo, in gran parte realizzato per l’occasione, che si fa subito apprezzare per la freschezza, per l’immediatezza e, soprattutto, per l’autonomia. Qui, nell’astrazione che non può essere necessariamente materica si manifesta il sostanziale palinsesto astratto. Le pieghe e le scabrosità profonde della pittura sono infatti ridotte a forme astratte, ma talvolta riaffiora anche qualche lacerto di figurazione. E’ una sorta di rappresentazione piana della sua tridimensionalità della pittura materica.
    Questa poliedricità coerente dà la misura di un impegno a tutto campo che costella una qualità costante di un cammino sempre fecondo di invenzione.


    Perugia, ottobre 2014

  • 2013 - Michele Buonomo - Suite Modena

    Suite Modena
    di Michele Bonuomo - 2013
     
     

    INTRODUZIONE AL CATALOGO SUITE MODENA
    Quattordici tele di Alfonso Borghi per quattordici versi di Arthur Rimbaud. Una partitura pittorica per un sonetto, Voyelles, che ha scardinato la poesia dell’Ottocento e ha spalancato le porte a un immaginario della modernità che ancora oggi - in un’epoca nemmeno più di postmodernità perché siamo ben oltre anche rispetto a questa - produce potenti energie visionarie in un artista che sente l’urgenza di affondare le mani, gli occhi e la mente nella materia della pittura. Scritta nel 1871 da un Rimbaud appena diciassettenne è una poesia oscura, un testo che non descrive nè tanto meno dichiara immediatamente stati d’animo come il romanticismo ci aveva abituato. Nella sua struttura semplice e tradizionale - un sonetto di 14 versi raggruppati in 2 quartine e 2 terzine, in cui ogni vocale con il suo suono e la sua forma è associata a un colore (A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu: voyelles / A nera, E bianca, I rossa, U verde, 0 blu: vocali) – è un testo enigmatico oscura, quasi impossibile da parafrasare, da “girare” in prosa come può succedere con qualsiasi altro componimento lirico. È una poesia forse ancora intraducibile, perché le parole che Rimbaud usa producono un suono unico e irripetibile: creano un linguaggio che non può più essere fatto soltanto di “altre” parole. Una traduzione, che una lingua così profondamente evocativa può ipotizzare, è invece quella offerta da una pittura di materia e di colori che non sono più simbolo di alcunché, ma essenza pura di visioni che dall’inconscio arrivano alla mente e dalla ragione passano al cuore.
    Il pittore, come il poeta, si addentra in una dimensione nuova, trasformandosi in divinatore: «Io dico che bisogna essere veggente, farsi veggente», scrive Rimbaud in una lettera del 15 maggio 1871 all'amico Paul Demeny, divenuta celebre come "lettera del veggente". «Il Poeta si fa veggente mediante un lungo, immenso e ragionato sgretolamento di tutti i sensi. [...] Egli giunge infatti all'ignoto!».
    Il poeta, come il pittore, si pone dunque nella condizione tragicamente solitaria che è costretta a vivere una creatura superiore, non tanto per un dono di natura, ma per una sorta di esercizio personale, di applicazione profonda e dolorosa, che gli fa vivere esperienze sconosciute e impossibili alla gente comune. In questo viaggio nel profondo l’artista matura una sensibilità nuova: la sua vista diventa lucida e la sua lingua ogni volta è rinnovata. L’artista, dunque, seguendo il “canone” di Rimbaud, si incarna in una sorta di profeta che, ampliando e sconvolgendo le sue capacità sensoriali, è beneficiato dal dono della visionarietà. Una condizione eccezionale che gli permette di penetrare l’ignoto e di descriverlo, di vedere ciò che è invisibile ai "sensi" normali e di raccontare ciò che non è più dicibile con parole ordinarie.
    In questi ultimi e nuovi lavori che Alfonso Borghi presenta - quattordici come i versi del sonetto di Rimbaud -, scanditi in cinque tele monumentali monocrome dalla materia densissima e in nove molto più piccole in cui i “colori-vocali” danno vita a potenti segni-scrittura, la chiaroveggenza della sua pittura è divenuta perentoria. La forma-colore, liberata finalmente da un codice formale facilmente prevedibile, si pone come visione totalizzante e definitiva della sua esperienza d’arte. Ecco perché, a questo punto di un complesso percorso di ricerca, risulta riduttivo se non proprio ozioso inseguire classificazioni precostituite (astratto, informale, gestuale) per imbrigliare in una sola definizione il senso del suo lavoro. Borghi, non v’è dubbio, ha memoria delle “lingue” pittoriche che hanno raccontato le vicende della modernità, ma non ne è intimorito né tantomeno ne è subalterno. La sua memoria è molto più lunga di quella generata dalle linee guida delle avanguardie novecentesche: i suoi blu, se si vuol mettere in atto un gioco veloce di confronti o di derivazioni, hanno sì a che fare con quelli di Yves Klein ma le loro radici più segrete vanno rintracciate nei blu dei cieli di Giotto nella Cappella degli Scrovegni; i suoi rossi dialogano direttamente con gli encausti pompeiani per poi fondersi nell’eco dei rossi di Tiziano; i suoi gialli hanno i riflessi dei fondi oro dei Primitivi senesi; i suoi neri catramosi sono altra cosa da quelli di Burri o di Soulages, perché si offrono come blow-up macroscopici dei neri di Caravaggio e di Goya. I suoi bianchi, infine, non appartengono alle estenuazioni di una pittura minimalista di maniera, perché i suoi occhi, da sempre, sono abituati alla luce ovattata e lattiginosa del cielo della pianura, della sua Bassa: una luce bianca che, in certi momenti, tutto contiene e annulla. Anche i verdi più violenti.
    Il viaggio verso l’ignoto - verso un mondo di stati d’animo che non sempre possono essere raccontati con parole o con immagini di volta in volta articolate in simboli o in frammenti di realtà - Borghi lo compie con una pittura fatta solo di materia cromatica strutturata e compatta, fisica e mentale al tempo stesso, frutto di un equilibrio assoluto tra azione e meditazione. Nella sua pratica pittorica niente è lasciato al caso o a un’improvvisazione sentimentale, anche gli istinti più segreti e irregolari sono da lui governati con la stessa lucidità e preveggenza di un compositore che cerca l’armonia assoluta in un magma di suoni che chiede solo di essere organizzato. Così facendo, Borghi struttura i suoi quadri come partiture musicali in cui tempi e movimenti, pause e ritmi si concentrano in una sola nota-colore, assoluta e indefinibile da ripetere in sequenza. Un suono inequivocabile e solitario, come le vocali di Rimbaud, che produce infinite sonorità e altrettante visioni se ci si rende disponibili all’incognita del non detto.
    In un tempo in cui le immagini, nella loro più ossessiva invadenza, hanno preso il sopravvento su qualsiasi forma di comunicazione e di immaginazione e non lasciano più il tempo per concentrarsi su pensiero che non sia più lungo di un istante, scegliere di sprofondare nel senso più ancestrale della materia del colore è per un pittore un atto di immenso coraggio e, allo stesso tempo, una dichiarazione di principio per continuare in una pratica che altrimenti è solo vuota esercitazione di stile. Borghi è ben consapevole di tutto questo e affronta l’indicibile, che la pittura ha il dovere di scandagliare con il rigore di un monaco zen che compone e scompone all’infinito un pugno di sabbia fino a quando ogni granello avrà trovato l’equilibro assoluto. La materia su cui insiste e in cui Borghi si immerge è quella del colore che tutto contiene: la memoria di una storia già nota e le visioni di un ignoto che pretende di essere indagato.
    È nel mistero del colore che è scritta tutta l’infinita vicenda della pittura, iniziata all’alba dei tempi quando sulle pareti di un antro senza luce il primo uomo lasciò la sua prima impronta, quella rossa della mano. Un grado zero della pittura da cui Alfonso Borghi, senza mai esitare, riparte ogni qual volta affronta una tela nuda.

  • 2011 - Giuseppe Amadei - I Racconti dell'Anima

    I Racconti Dell'Anima
    di Giuseppe Amadei - 2011
     
     

    L'ARTE COME ANELITO DELL'UOMO ALLA VERITÀ
    Avendo ormai presentato molte volte, in numerosissime mostre, il mio amico Alfonso Borghi, importante e famoso artista, non mi riesce trovare molto facilmente parole nuove, anche se la sua pittura che si rinnova in continuazione, non producendo mai un dipinto uguale ad un altro, mi aiuta e mi spinge ad approfondire sempre meglio il discorso sulla sua arte che è, come lui, un vulcano in eruzione.

    E' vero che la forza dell'arte non sostituisce la vita, però ne filtra la misteriosa essenza. Questa volta si può dire: la mostra di Alfonso Borghi è uno straordinario accadimento e rappresenta un grande onore per l'artista essere stato scelto per l'inaugurazione delle nuove sale espositive di Palazzo Ducale, istituzione nobile, antica e gloriosa della dinastia dei Gonzaga, i quali furono grandi, appassionati e competenti collezionisti d'arte. Purtroppo solo il superbo camino, in marmo di Verona, non riuscirono a smurare e portar via; tutto il resto di quella meravigliosa e ricca collezione d'arte (messa insieme da Ferrante con magnifici arazzi fiamminghi, da Cesare con marmi ed antichità e da Ferrante 2 con famosi dipinti, ricordati dal celeberrimo pittore, architetto e scrittore Giorgio Vasari come facenti parte di una delle raccolte più complete e preziose del tempo) non rimane più nulla, avendo fatto sparire anche il ricordo, che noi vogliamo rinverdire, perchè, attraverso la storia del passato - come attraverso la storia dell'arte - si può rappresentare la storia del presente. Io mi auguro che questa mostra possa servire anche a rivivere il passato ed a continuare quella tradizione che ha fatto onore e dato prestigio a Guastalla. Palazzo Ducale è stato costruito cinquecento anni fa e, va ricordato onestamente, ai tempi nostri fu acquistato dalla precedente amministrazione comunale, mentre la restaurazione è stata conclusa dagli attuali pubblici amministratori ed io vorrei che tutti insieme i guastallesi - senza distinzione partitica - salutassero con entusiasmo l'odierna inaugurazione che offre l'immagine di una città che vuole rinnovarsi e dare spazio all'arte ed alla cultura, le uniche fonti capaci di produrre partecipazione e coesione sociali unanimi. Alfonso Borghi, a differenza degli artisti che lavoravano per i Gonzaga, non è un pittore di corte, ma un artista di origine popolare, la cui nobiltà e fama gli derivano solo dal lavoro artistico intrapreso che gli ha fatto fare molta strada, raggiungendo vasta notorietà, realizzando dipinti sparsi in tutto il mondo, ottenendo riconoscimenti unanimi di storici e critici d'arte, di stampa e di pubblico. E', questa, una mostra antologica che traccia, quindi, tutto il lungo percorso della produzione dell'artista, il quale è partito da ascendenze futuriste per giungere ad un espressionismo informale che gli farà scoprire le potenzialità della materia e della gestualità. Ha attraversato tutte le avanguardie e le correnti per affermare solo il proprio stile e diventare un orgoglioso solitario che si rinnova sempre. Qualche volta accade - ha detto Leonardo - che i quadri assomiglino ai pittori che li hanno dipinti: è il caso di Borghi, precisando, però, che i suoi quadri non rispecchiano il suo viso, ma assomigliano alla sua vita che è libera e quando dipinge insegue un pensiero che presto abbandona per corteggiarne un altro. Movimento, mobilità e dinamica determinano lo snodarsi della vita dell'uomo e Borghi vuole rappresentare nella pittura una realtà in movimento che si trasforma continuamente. Egli usa una pittura liberata dal giogo della natura, portandola alla purezza dei tempi pittorici e dei mezzi espressivi: una pittura incentrata, oltre che sui contenuti, anche sul colore. I suoi dipinti sono un tripudio di gialli, ocra, rossi, blu, bianchi e neri gettati con forza sulle tele che ci circondano come uno spazio naturale, saturo, quasi surreale. La materia ed il colore dei dipinti saranno spinti, da Borghi, nelle profondità più recondite del suo essere ed io, più volte, entrando nel suo studio, l'ho trovato - in disparte e solo - a contemplare le sue opere ad occhi aperti e, ancor più intensamente, ad occhi chiusi, cercando di capire se è riuscito a creare quell'atmosfera che Giorgio De Chirico cercava per “ sbarazzare l'arte da ciò che essa contiene di conosciuto sino ad oggi; ogni idea ed ogni simbolo devono essere messi da parte, avendo una grande certezza in se stessi e nel proprio lavoro”. I dipinti di Borghi sono basati sui colori, sulla materia, sulla luce, sulle linee alla maniera di una composizione musicale; non seguono la natura, bensì tentano di esprimere una particolare realtà soggetta alla volontà dell'artista. Visitare le sue opere, non è una passeggiata, ma un lungo viaggio, un prodigioso itinerario che - a prima vista - sembra toccare terre già esplorate, ma poi ci si accorge che comunica il presentimento della scoperta con brillantezza di colori, varietà di forme, nitore di luci. Borghi è un pittore moderno: dipinge il presente, studia il passato, si proietta nel futuro. E' un pittore che continua a fare pittura, con la stessa intensità, con lo stesso impegno, con la stessa forza con la quale la facevano i maestri del rinascimento: è un pittore nuovo,inventivo, ma non è all'ultima moda. Oggi è all'ordine del giorno la fotografia, l'istallazione e la proiezione, con la quali io assolutamente non ce l'ho, perchè si può essere, più o meno d'accordo, ma sono sempre espressioni artistiche. Non tollero, invece, qualcosa di peggio; sono contro coloro che fanno i provocatori e che non hanno talento. Una riflessione va fatta sul senso e sulla funzione dell'arte, in una società spesso degradata dalla volgarità in cui uomini e cose si immiseriscono e non c'è spazio di riscatto, né parola per la sofferenza che tutti travolge. Ci sono stati pittori che hanno veramente dato adito al nuovo ed all'incontro che il xx secolo stava cercando di avere con la materia e la forma e che sono stati chiamati dal destino ad innovare l'arte in tutto il mondo. E' necessario continuare ad approfondire ed aggiornarsi su tendenze, stili ed innovazioni e sono rivoluzionari i tagli di Fontana, le ovatte di Manzoni, la pipa di Magritte, la tela tutta nera di Malevic: sono tutte metafore di un processo di decostruzione che hanno sconvolto il mondo dell'arte, scrollando i significati originali della realtà visibile. Tutto questo comprendo bene ed approvo, ma non accetto la schizofrenia dei cosi detti artisti contemporanei che si gloriano del nulla e che vivono sullo scandalo e sulla provocazione. Che arte c'è nel dipingere il Papa in mutande e reggipetto o scolpire la Madonna nera, ricavandola da escrementi di animale o comporre un crocifisso avvolto in un preservativo? Sono opere che non fanno nemmeno ridere, ma fanno semplicemente pena, provocando solo disgusto. La Crocefissione non è un tema per sprovveduti o degenerati. Si può essere credenti e no, ma il crocifisso non può essere vilipeso, perchè rappresenta un mistero che scuote profondamente l'animo umano. Ci sono crocifissioni di grande valore e di famosi maestri antichi che hanno una forza ed una drammaticità che penetra nella carne e fa spiccare il sangue. C'è proprio bisogno di crocifiggere una rana od una donna nuda per fare una cosa nuova, mai fatta da nessuno? Allora io dico: “ Bravo Borghi” che non so se sia un buon parrocchiano, ma so che ha dipinto, per il suo amico arciprete, una serie di acquerelli sulla “ Via Crucis”che sono di una efficacia e di una validità uniche: ci respiri dentro e ti illumini di infinito. In questa mostra c'è una novità ed è una particolarità da rimarcare: sono esposte per la prima volta - in sale separate - le carte della signora Aliuccia. Sono quelle che la moglie, con fatica, ha messo insieme, sottraendole al marito, più o meno consenziente. Queste ultime opere non vanno descritte, vanno ammirate per la loro freschezza, per il loro sapore, per la loro immediatezza. Lei dice che mette in disparte solo gli avanzi, ma in realtà avanzi non ce ne sono mai ed è, quindi, costretta a portarli via, anche se non sono ancora firmati.

    E' soprattutto il colore che arricchisce le opere di Borghi di un fascino e di un velo di mistero che si cela dietro ciò che non si comprende fino in fondo, perchè l'arte non si lascia mai decifrare del tutto. I suoi dipinti, del resto, non hanno bisogno di molte illustrazioni, perchè spiegare la bellezza significa intaccarla e definire il fascino vuol dire avvilirlo. Per interpretarli possono aiutare i versi del poeta Valerio Magrelli: “ Non si intravede nulla, c'è solo la materia che scorre con un colore mobile e perpetuo”. Ed allora bisogna fermarsi, perchè occorre una pausa e un momento di silenzio, di quei silenzi che si formano d'improvviso come crepe sulla superficie della terra. Si sa: i dipinti degli artisti parlano linguaggi differenti a seconda di chi li guarda e di chi li legge. Quelli qui esposti sembra sentirli vibrare per quanto sono carichi di forza pulsante; ci si sente scossi fin dentro l'anima da opere fatte di colore e materia e che costituiscono un possente documento del mondo d'oggi. E non sai mai se sia una visione veritiera oppure una verità visionaria e diventa solo una realtà fattasi arte senza residui e senza orpelli.

    Giuseppe Amadei

  • 2011 - Luciano Caramel - La Musica del Colore

    La musica del colore
    di Luciano Caramel - 2011
     
     

    OMAGGIO A GIUSEPPE VERDI - NOVEMBRE 2011
    Giuseppe Verdi. I colori della musica è il titolo di una mostra di Alfonso Borghi, nel 2001, a Parma, nella Galleria San Ludovico, dedicata appunto a Giuseppe Verdi nel centenario della morte. Non si trattò però di un'esposizione celebrativa. Né il tema delle opere allora esposte fu motivato dalla coincidenza con quell'anniversario. L'interesse dell'artista per il grande musicista s'era infatti concretato già nel 1997 in una serie di dipinti riferiti ad alcuni dei suoi maggiori melodrammi, dal Nabucco (Il trionfo di Nabucco), dal Rigoletto (Ah, la maledizione!) e dal Trovatore (Di quella pira l'orrendo foco...) all'Otello (Temete signor la gelosia...).

    La mostra riprendeva il dialogo con i capolavori di Verdi in sette grandi oli su tela, sei di cm 200 x 200 dedicati, oltre che ancora al Rigoletto, al Trovatore e all'Otello, al Macbeth, ai Vespri siciliani, all'Aida (questo riproposto a Reggio Emilia), e un settimo di misure maggiori, di cm 200 x 400, ispirato alla Messa di Requiem composta per la morte di Alessandro Manzoni. Quest'ultimo, di forte suggestione, rivissuto da Borghi, come tutti gli altri, con stretta e diretta partecipazione, fuori, quindi, pur nel rispetto della grandezza del referente, di subordinazioni illustrative, come scrivevo, per conoscenza diretta, nel catalogo, da me curato, come la mostri. "Rivissuti", precisavo, in quanto l'artista si immergeva nella musica di Verdi con un'adesione totale e nel contempo attiva e personale, per uscirne carico di emozioni, che scaricava (il termine è crudo, ma aderente all'energia creativa e formativa di Borghi, allora come oggi) sulla tela, filtrata e fatta "altra" dalla sua sensibilità creativa, nel linguaggio diverso della pittura. Con risultati frutto dell'incontro di due personalità, non solo quello di due diversi linguaggi, che porta in una direzione tutta diversa, nella ricerca di meccanismi interlinguistici scientificamente fondati, come nel caso di Luigi Veronesi e delle sue "Visualizzazioni cromatiche della musica"ii, oltre ad essere passibile di cadute in soluzioni approssimative nel libero confronto tra colore musicale e colore pittorico, in campo musicale impropriamente inteso come timbro, dando "in conseguenza licenza a tutte le possibili e immaginabili analogie col colore pittorico", come ebbe a rilevare, proprio nel confronto col rigore di Veronesi, il musicologo Luigi Rognoni, riferendosi anche ad autori di grande rilievo, quali Scriabin, Schönberg e, "nonostante le aspirazioni sistematiche", al medesimo Kandinky de Il suono gialloiii. Kandinsky che peraltro, nella vicenda, lunga come tutta l'arte contemporanea, dei rapporti tra musica e pittura, è a suo modo esemplare nel perseguire, anche con la tensione ad una loro definizione sistematica, quei nessi tra espressione pittorica e musicale fondati sull'emozione e l'intuizione che sono propri di Borghi, diversamente dal grande maestro russo mai tentato da giustificazioni teoriche, tanto meno sistematiche.

    Il colore del pittore di Campegine ha una sua musicalità osmotica, sinestetica, come tutta la mostra evidenzia, fin dal titolo La musica del colore, che salda musica e colore in un' interazione diretta, genetica verrebbe da dire, non analogica, mentre il titolo più descrittivo della succitata mostra verdiana del 2001, Giuseppe Verdi. I colori della musica, anche per il richiamo diretto a Verdi, circoscriveva e attenuava la sostanza fondante del rapporto. Che risalta invece nel suo carattere denotativo, non connotativo, in questa mostra allestita nei vasti spazi dei Chiostri di San Domenico di Reggio Emilia, tuttavia non esclusivamente puntata sulle interne valenze cromatiche dei dipinti, ma aperta, pur entro un periodo cronologico definito, dagli iniziali anni novanta del secolo passato ad oggi, all'articolazione e agli sviluppi della pittura del Borghi maturo, non solo testimoniandone, in quadri per lo più inediti, la fertilità e non ripetitività, ma consentendo di entrare meglio nella stessa sua produzione precedente.

    A cominciare dalla considerazione di un aspetto avvertito dagli esegeti più attenti - che, da Gianni Cavazzini, primo suo recensore, a Maurizio Calvesi, Vittorio Sgarbi, Paolo Levi, Roberto Sanesi ed altri a Borghi non sono mancati - su cui val però qui la pena di soffermarsi. Quello dell'irriducibilità della pittura del nostro artista a schemi e classificazioni desueti, che non solo non gli appartengono, ma che vengono ripetuti acriticamente senza tener conto del contesto culturale in cui sono nati e della loro evoluzione nel corso degli anni e dei decenni. Così, soprattutto, la contrapposizione di figurativo e astratto e la definizione di "informale", nata in una congiuntura storica ormai lontana per opere ad essa legate e anch'essa utilizzata per creazioni le più diverse, anche per l'epoca di esecuzione.

    È su tale sfondo problematico, con orizzonti non solo italiani o addirittura, ancor più riduttivamente, "padani", come pure è stato detto, che si staglia l'originalità di Borghi che, va ricordato, ha negli anni sessanta le radici in un naturalismo narrativo tradizionale, questo sì piuttosto angusto, che poi si struttura, anche nel colore, in densità cezanniane e nei successivi settanta e ottanta si arricchisce delle linfe variamente orientate, nei presupposti di poetica e nei connessi modi espressivi, di un realismo espressionistico-oggettivo, alla Neue Sachlichkeit per intenderci, del surrealismo e dell'espressionismo, queste anche attraverso George Pielmann, allievo di Kokoschka e, infine, del futurismo e del cubismo. Questo già conosciuto direttamente fin dai primi anni sessanta in un soggiorno a Parigi e poi approfondito all'inizio dei novanta, quando Borghi espone nella capitale francese prima, nel 1991, nella Galerie de Charmes in St.Germain de Près e, con la personale Borghi, l'art et la mode, nella Galerie de Chaulnes e l'anno dopo nella Galerie Endrout, all'insegna de Les couleurs et les sons, titolo che preannuncia il tema di questa mostra, e soprattutto nel prestigioso Espace Mir? dell'UNESCO.

    Originalità, o almeno non convenzionalità passiva, di Borghi, si diceva, che si riflette anche, nella fase - cronologica, non stilistica - qui considerata, nell'intreccio di figurazione e astrazione, nello stesso quadro, e, lungo il percorso, con pesi diversi. Così, per portare ad esempio un quadro qui esposto, già in Les musiciens, del 1990, che apre la mostra, Borghi preserva la riconoscibilità figurale dei musicisti pur comprimendola innaturalmente sul fondo e in qualche modo violandola con secche scomposizioni geometriche dinamiche di matrice futurista. Come anche avviene, con una frammentazione formale cubo-futurista ancor più radicale di gran parte del quadro, in Mannequines, del 1992, e, nel 1997, sfiorando la completa astrazione, con una semplificazione di tono espressionista dominata da linee-forza di nuovo futuristeggianti, in Concerto in cattedrale, come il precedente non esposto a Reggio Emilia. Libertà che presto, dalla metà di quell'ultimo decennio del Novecento, e poi, dall'aprirsi del nuovo millennio, con sempre maggiore intensità e frequenza, porta ad una pittura fortemente materica, magmatica, stesa con ripetuti passaggi fino ad ottenere, talora, effetti di bassorilievo, con "la rapidità inquieta, nervosa, di un gesto che risponde senza apparenti intermediari all'immediatezza emotiva", ha scritto il poeta e artista Roberto Sanesi, a cui Borghi fu legato da stretta amicizia, umana, oltre che culturale, che osserva come non stupisca "che fin dall'inizio la struttura di queste opere sia data per linee di forza di provenienza futurista (e non solo), che tendono a scomporre il soggetto e insieme ad aprirlo, con suggerimento prospettico, oltre lo spazio dato, verso altre significazioni possibili. E tuttavia, quasi con andamento centripeto, lasciando intuire la persistenza di un nucleo di riconoscibilità, un fantasma di paesaggi, di figure e però forme sostitutive, non descrizioni. Non vi sono 'cose' descritte; ciò che si imita è caso mai il congegno dell'apparire. L'atto rappresentativo è dunque una mediazione fra le potenzialità suggerite da un soggetto, ovvero oggetto tematico, e la necessità del visibile, tanto più che l'interesse di Borghi si mantiene più sulle suggestioni emotive che su esigenze di riduzione a un purismo linguistico, più sulle qualità allusive (sia pure a volte di origine naturalistica) che non su definizioni nette. L'oggetto tematico, nel momento stesso in cui appare come per organizzazione interna di una materia ancora incerta, sembra pretendere un'ulteriore interrogazione e interpretazione. Ogni immagine, quasi estratta a fatica da un magma, si rivela in certo senso al punto della sua scomparsa, ovvero della sua propensione a dire altro ancora del suo significato immediato e apparente..."iv.

    Mi si scusi la lunga citazione, ma le parole di Sanesi, purtroppo prematuramente scomparso e che avrebbe potuto introdurre questa mostra ben meglio di me, illuminano esemplarmente le presenze-assenze, e le reticenze, di gran parte delle opere qui raccolte. Nelle quali il visitatore sentirà spesso, più che vedere, la memoria di un'emozione e l'allusione a realtà vissute o immaginate, e sognate, traendone lo stimolo ad una partecipazione di sensi e di pensiero. I quadri di Borghi innescano infatti vivi e stimolanti processi, analoghi a quelli della musica, di comunicazione empatica, anche a livello subliminale, che aprono ad una reazione attiva. Collegandosi in ciò, lo si accennava iniziando queste righe, a Kandinsky, quello delle del delle Improvvisazioni e delle Impressioni degli anni dieci, del tutto fuori, però di citazioni e revival, in modi nuovi, più decantati e armonici ed estranei al suo simbolismo lirico, che non fa parte del mondo esistenziale e immaginativo di Borghi. Improprio, invece, il collegamento all' informale sia inteso come tendenza artistica, sia come termine generico per indicare opere prive di una forma definita e, appunto, informi che tanto ripetutamente quanto ingiustificatamente appare negli scritti critici su Borghi.

  • 2010 - Martina Corgnati - La Caduta degli Angeli Ribelli

    La caduta degli angeli ribelli
    di Martina Corgnati - 2010
     
     

    TESTO DEL CATALOGO
    Procedere dal sottile al denso, dal vuoto al pieno, dalla superficie al rilievo. Questo, in estrema sintesi, il senso del mutamento attraversato dal lavoro di Alfonso Borghi negli ultimi anni. E, bisogna dire, si tratta di un mutamento di non poco conto nell’ambito vastissimo e spesso un po’ generico o non sufficientemente caratterizzato, dell’astrazione contemporanea di specie “lirica”. Il lavoro di Borghi invece ha acquisito nel tempo una propria inconfondibile specificità. I suoi dipinti presentano subito, al primo sguardo, connotazioni speciali, che non sono però frutto soltanto e banalmente di una ricerca esteriore, morfologica, ma rispecchiano invece una processo intimo, un lavorio in atto nel profondo, sotto la superficie e oltre all’apparenza del dipinto. La materia leggera, per esempio, spessa e stratificata ma ammorbidita e come sospinta dall’interno: una tecnica, certamente, ma ogni tecnica in arte è inestricabilmente congiunta a un’intenzione e a un’esigenza poetica ed espressiva. Trovare se stesso, nella pienezza della maturità che oggi Borghi vive, significa senz’altro mettere a punto una sintassi sempre più necessaria, sempre più personale e sempre più dominata, posseduta, tanto da aver acquistato la apparente naturalezza delle cose più spontanee. Materia, ma anche colore. Scriveva alcuni anni fa Maurizio Calvesi in un passo che resta fra i più significativi nella ricchissima letteratura critica dedicata al lavoro dell’artista emiliano;: <<In Borghi invece il rapporto fra colore e materia è in qualche modo ribaltato, dal basso (del mondo) all’alto dell’eco interiore. Non siamo di fronte a un colore che serve e connota la materia, ma a una materia pittorica che serve e esalta il colore, con i suoi spessori, ingorghi e rughe; una materia che cattura la luce e la fa vibrare, quasi eccita la qualità emozionale del colore>>.
    Materia-colore: se ne è fatto un gran parlare, soprattutto da parte della critica che si è occupata specificamente d’informale, ma poche volte questa definizione si è rivelata così pregnante come nel caso di Borghi, nel cui lavoro recente davvero fra materia e colore non è ipotizzabile alcuna distinzione fisica, e nemmeno un prima e un dopo. Sono la stessa cosa, vivono la stessa vita.
    In Borghi, insomma, il colore è pienamente fenomeno proprio perché intriso di materia, sostanziato dal corpo della materia, di sabbie, resine, colle e quant’altro. Si tratta di vere e proprie “costruzioni”, che richiedono una seri di attenti e delicati passaggi intermedi, addizioni e corrugamenti fino ad ottenere il risultato finale, che non esclude il segno, ma anzi lo ricomprende quasi all’interno di questo denso tessuto; e non esclude nemmeno un miraggio di figurazione, ma anzi la sottintende in termini certo più evocativi che rappresentativi comunque sempre d’innegabile suggestione. Nel caso di Borghi infatti, pretendere di dividere l’astratto dal figurativo è fuorviante e in realtà impossibile. L’ambiguità, o meglio l’apertura delle sue immagini si addentra abbastanza profondamente nel tessuto consustanziale del fare pittorico in maniera da eludere qualsiasi dicotomia di astrazione o figurazione. Dicotomia più che superata, peraltro, necessaria soltanto ad un’ideologia ormai vecchia, fuori uso, a uno schema mentale troppo rigido per questi gesti pieni di sensibilità, per queste tracce di corpi e di materia e di pensieri che si relazionano sempre tanto all’esterno, inteso come il luogo della visione oggettiva, quindi della rappresentazione, quanto all’interno, centro del sentire e del ricordare e dell’intendere, ogni volta in modo inevitabilmente diverso dalla precedente. Perché la memoria della pittura, in queste opere, si intreccia in maniera inestricabile alla memoria delle cose, al soprassalto delle relazioni che le hanno legate o divise, unite o separate per sempre. E, ancora, tutto questo rimanda a ricordi letterari, mitici, musicali. I dipinti, tutti i dipinti dell’ultima stagione di Alfonso Borghi, possono utilmente paragonarsi ad autentici “precipitati” ove si addensano stratificazioni di significato molteplici.
    In altre parole: il dogmatismo e l’ideologismo deteriore di una critica che per decenni ha insistito a dividere l’arte italiana fra buoni e cattivi, intendendo per buoni di volta in volta gli astratti o i figurativi in base a una scelta di campo aprioristica ed ideologica, è definitivamente e fortunatamente tramontato, non senza produrre danni e ritardi significativi nella cultura artistica italiana degli anni Quaranta e Cinquanta, che si è trovata inchiodata a un problema non suo e in definitiva falso. In realtà le voci migliori, più attente e sensibili di quelle generazioni, quelle che operavano quando Borghi era un bambino, hanno proposto una lettura del gigantesco, polimorfo e complesso fenomeno informale a partire dalla sue esigenze profonde e al di là dell’impostazione riduttivamente crociana del “contenuto”. Una lettura tanto più necessaria nell’area padana cui Borghi appartiene, dove gran parte dei pittori sono partiti proprio dalla natura per elaborare il proprio stile: da Morlotti a Mandelli, da Chighine a Birolli, sempre si tratta di aperture emozionali sul paesaggio, operate dispiegando tutti gli ingredienti di un’espressività pittorica personale, libera e sapiente, segno, colore, gesto, materia e altro ancora, trasparenze, sfumature, profondità, spazio, vibrazioni, sensibilità. È alla luce di questo ultimo naturalismo e delle linee teoriche del suo ideatore e sostenitore Francesco Arcangeli, che Borghi ha vissuto il suo primo periodo formativo.
    Non a caso, anzi forse inevitabilmente: è difficile sottovalutare l’importanza di questa cultura in Lombardia e in Emilia fra gli anni Cinquanta e Sessanta, ma vero è che per Borghi si tratta di una acquisizione profonda, quasi di un assorbire passivo e non di un associarsi immediato e in qualche misura succube. Le tracce di questa cultura si depositano infatti in lui senza produrre risultati visibili per decenni interi. Gli anni Sessanta e Settanta, come è noto, per l’artista sono tutti all’insegna di una figurazione dichiarata ed aperta, spesso condita di elementi surreali o magici e inquietanti, che nel tempo tende a declinare verso l’espressionismo, sostanziandosi di una gestualità sciabolata, violenta, incisiva non priva però di impreviste distensioni, quasi contemplazioni di paesaggio, di particolari delle cose o momenti del vissuto. Spetta a Luciano Caramel e a Maurizio Calvesi (che legge la prima stagione piuttosto all'insegna di un’incombente angoscia, di uno squallore avvolgente) l’aver messo in relazione questa fase della ricerca pittorica di Borghi al futurismo e in particolare al lavoro di Boccioni. <<Boccioni sperimenta quella che chiamava simultaneità in un incrocio e rimbalzo di immagini frantumate e ricomposte>>, scrive Calvesi <<in Borghi la simultaneità è quella dell’immagine progettata e dell’immagine eseguita, è la simultaneità di un segno con l’altro: ogni parte del dipinto è simultaneamente costruita dal gesto estremamente veloce, ma di vellutata scorrevolezza, quasi un morbido raptus, misto di tenerezze e di violenza, un gesto che tornando su se stesso deposita ora nell’ombra ora nella luce le sue scie colorate, sensuali; e vi trascina un’eco polifonica di emozioni, trasferite nel dialogo dei bianchi e dei rossi, dei neri o dei violetti o riassaporate pastosamente nei grigi. La sigla della simulteneità futurista si è dislocata nei tempi improvvisi (ma in Borghi non immemori) dell’informale, il dinamismo è diventato una proprietà del gesto, una qualità mobile e infiammabile del sentimento>>.
    In questo segno sferzante e sensibile si coglie però anche un riferimento più diretto a un’altra specie di informale, anche nella costante ambiguità di disvelamento /occultamento del referente (cioè la sua immersione/emersione dal tessuto denso della pittura): a Luigi Spazzapan per esempio, istriano mitteleuropeo, trapiantato a Torino e però per anni, non tutti lo ricordano, impegnato ad insegnare pittura all’istituto d’arte di Modena. A Spazzapan Borghi è particolarmente vicino nel gioco lirico del segno-colore, nell’ideale di una composizione dall’indubbia intensità emotiva e gestuale ma tutto sommato ancora musicale, armonica, e nella preferenza per un colore rugoso e scabro, che la spatola tende sulla superficie sino a sfibrarne la consistenza e che il pennello non accarezza ma piuttosto graffia.
    Già in questa fase però, e con chiarezza ancora maggiore fra il ’96 e il ’97, la materia tende a prevalere sulle altre componenti espressive e a farsi interprete unica, o almeno “prima voce” nell’orchestra di Alfonso Borghi. Roberto Sanesi, per anni forse il teorico e letterato più vicino all’artista (non a caso, questa mostra gli è dedicata, con affetto e rimpianto) lo intuisce subito e lo commenta a-posteriori, nel ’99: <<Pittore di materia, e che affida alla materia ogni ragione espressiva, emozionale, simbolica… Borghi sembra abbandonare ancora più decisamente ogni residuo di oggettualità. Ovvero figuralità, magari anche soltanto allusa, che resiste nella pittura di Borghi perfino nei più azzardati coinvolgimenti timbrici con la parola della poesia, e che qui viene quasi azzerata, o forse meglio si dovrebbe dire in questo caso “redenta”… In Borghi… è la lingua della materia organizzata dalla gestualità ad assumersi il compito di esprimere la fascinazione di questa unità estetizzanti. Borghi legge, ascolta, si documenta, lavora per blocchi tematici, tenta una propria distinzione di leiv-motiv pittorici (li risolve attraverso il colore, il segno sarebbe una traccia troppo precisa per tenere quella complessità indifferenziata), infine quasi rinuncia a descrivere, ammesso che descrizione sia un termine adeguato per indicare una serie di corrispondenze sensibili come quelle intraprese dal suo informale a volte decisamente panico>>.
    Nel frattempo diventa più sensibile e vitale la relazione fra la pittura di Borghi e un “altro” che, sgomberato ormai il campo dall’equivoco del referente, tende a farsi “altro” musicale e soprattutto poetico. Come dire: per “simpatia” (in senso etimologico: patire, provare insieme) e non per identità. Quello che Borghi ha bisogno di fare è evocare, suggestionare e suggestionarsi, senza rappresentare. Accogliere un significante, già in sé indefinito, e provare ad aderirvi senza pretendere di definirlo. Aderirvi nella libertà associativa, anzi nella licenza poetica, pur conservando come un dono prezioso lo iato, la distanza fra immagine e parola (o fra immagine e suono) che rende l’una, in fondo, misteriosamente inaccessibile all’altra.
    Da quando l’artista ha cominciato a lavorare così, la sua pittura si è precisata, radicalizzandosi. I residui tentennamenti che ancora lo ancoravano ad un informale legittimo, certamente conforme ma non completamente suo (sembra un paradosso la conformità dell’informale ! ma di fatto non lo è, una grammatica e una sintassi esistono eccome in questa galassia di stile e di linguaggio, e applicando appunto questa grammatica e questa sintassi tanti lunghi e strascicati epigoni hanno cercato appunto legittimazione sotto al cappello, onnicomprensivo e sempreverde, dell’informale, sotto questo profilo più che mai “moda dalla facile copiabilità” come diceva Gillo Dorfles…), sono stati bruciati via.
    La materia di Alfredo Borghi acquista il proprio aspetto originale e la propria pienezza intorno al 2000. Assorbe tutto e tutto contiene come potenzialità di immagine. Il colore intanto si fa vivo, brillante, smaltato e prezioso. Colore puro, saturo: Borghi affronta gli accordi squillanti e briosi, non disdegna che bagliori d’oro emergano da fondi di intenso oltremare, oppure che chiazze giallo cromo appaiano oltre superfici rosse vermiglio. Ma molto, sempre, dipende dalla poesia. Alfonso Borghi lavora in maniera assolutamente disciplinata, direi addirittura osservante. Il testo, le parole che accompagnano la sua giornata, proprio quella giornata non sono lì per capriccio ma perché parte integrante di un piano ben preciso: è un momento della riflessione su un autore che Borghi conduce in modo sistematico. C’è stato Jacques Prevert, poi Salvatore Quasimodo, poi Thomas Eliot, poi Emily Dickenson, Dylan Thomas. L’artista li ha affrontati, e incontrati, tutti con passione e con rigore.
    È lui stesso a raccontare la sua giornata: <<Quando lavoro su un tema ci penso in continuazione. L’idea mi accompagna ovunque e la porto sempre con me. Anzi, spesso capita che ho fretta di andare in studio per realizzare quello che ho in mente. Ho fretta di mettermi davanti alla tela per rendere concreto il pensiero. È importante iniziare subito il lavoro con colori, pennelli e spatole: il quadro che ne uscirà non è mai esattamente come l’avevo pensato all’inizio perché il quadro ha un dialogo con me…. Mi piace moltissimo inoltrarmi nella campagna, guardare i colori del paesaggio, osservare la natura, gli alberi, le colline quando si vedono in lontananza, gli uccelli, i campi, i prati. E intanto penso al quadro che andrò a fare>>. Quindi, ancora una volta, natura e poesia, visione concreta e visione immaginaria s’incontrano nella preparazione interiore che prelude all’atto pittorico. È quello il luogo designato all’incontro, è quello il momento in cui ascolto, lettura, intuizione e costruzione assumono una forma compiuta. Oggi è la volta di John Milton, di quel grande Paradiso Perduto la cui edizione italiana (Mondadori) era stata curata proprio da Sanesi. Un appuntamento che Borghi non poteva eludere, come si evince già dalle parole della dedica del critico. <<per Alfonso Borghi che provvederà a ritrovarlo pittoricamente, con amicizia>>. E quel che l’artista ha ritrovato, seguendo il suggerimento dell’amico scomparso, è forse la serie più personale e più convincente della sua intera produzione. Vi prevalgono dimensioni monumentali e costruzioni a volte autenticamente architettoniche. Ma l’aspetto forse più originale è la tendenza a pensare il quadro come un edificio dotato di una facciata, monocroma o quasi, e di un “interno” movimentato e complesso, vivo e tormentato da processi metamorfici, quasi come il magma dentro al cratere di un vulcano. Una dimensione in cui vibra la parte più significativa del discorso pittorico, ma che pure, di volta in volta, si offre solo per frammenti, per affioramenti e per scintille, tendenzialmente al centro di composizioni rosse, o grigie (queste le tinte prevalenti), sostanziate da una materia specialmente spugnosa e densa, spessa e consistente ma sempre morbida e ricettiva.
    È lì dentro il “paradiso”, colto appena nell’intuizione di un colore, di una gemma di luce, che sembra incastonata nella superficie pittorica come una pietra preziosa nella sua vena. A questa rivelazione sottoterra, a questa bellezza intrinseca l’artista ci invita ormai a rivolgere lo sguardo

    Martina Corgnati

  • 2008 - Paolo Levi - Catalogo Arte Moderna Mondadori

    Catalogo Arte Moderna Mondadori
    di Paolo Levi - 2008
     
     

    PRESENTAZIONE CAM NR 44
    CATALOGO DELL'ARTE MODERNA - MONDADORI
    ALFONSO BORGHI, in ogni sua composizione, si affida al linguaggio puro della materia, qualificando il suo messaggio in chiave eminentemente spaziale. Si avverte quindi la necessità, da parte dell'artista, di interrogarsi sulla non forma, ponendosi l'obiettivo di definire l'idea utopica di un universo in espansione, assimilando ogni suo lavoro a una sorta di camera di risonanza della sua intelligenza creativa. In ognuno di questi alvori, la dilatazione del magma cromatico, su cui si concentra la narrazione visiva, si apre all'interferenza di altri microcosmi, a loro volta portatori di una nuova potenzialità costruttiva, ancora trattenuta in una fase di germinazione, e potenzialmente predisposta a un nuovo esito pittorico.
    Nella variabilità delle sue tessiture tonali e atonali, Borghi è compositore di svolgimenti cromatici ritmici, di contrappunti tra masse squillanti, di effusioni visive attraverso stazioni variabili di forte lucentezza. Le sue ampie campiture sono stese con una gestualità generosa, ma in certi momenti anche violenta, lasciando trasparire un'inconscia inquitudine. Estroverso e severo, egli comunica concrete certezze negli spessori tattili, ma anche momenti struggenti e suggestivi, dove, pur nella costante di una grafia fortemente movimentata, la sua pittura si placa in ripiegamenti riflessivi e in pause di quiete. Lo spessore del pigmento puro e solare gioca anche sulle variabili tecniche miste, accogliendo sabbie, frammenti di carta, striscie di iuta, che aggiungono concrete tangibilità al caos organizzato dalla composizione. In questi casi, le stratificazioni della materia creano luoghi di incontro e di scontro, ribaltando la logica spaziale, suggerendo quindi l'idea di qualcosa che emerge dal fondo steso del supporto, spingendo in altezza ed esorbitando dal quadro; così, nell'audacia di queste interpolazioni, si assiste alla crescita dei corpi plasticamente espressivi, che tendono a oltrepassare i limiti della bidimensionalità...

  • 2006 - Vittorio Sgarbi - L'Elogio di Sgarbi

    L'Elogio di Sgarbi
    di Vittorio Sgarbi - 2006
     
     

    IL NOTO CRITICO D'ARTE RACCONTA L'INFORMALE DI BORGHI
    Sono dieci anni, ormai, che Borghi ha trovato nell'Informale il porto sicuro in cui fare approdare il meglio del suo talento artistico. Un Informale che sicuramente si potrebbe fare precedere dal Neo, sia per l'onestà e il coraggio con cui, a dieci anni dalle sue prime apparizioni, è ancora in grado di rivelarsi. Non ci troviamo, cioè, davanti a uno di quei fenomeni preconfezionati e surgelati che ogni tanto si verificano nella storia dell'arte, momenti di rivisitazione accademica con cui si è soliti mascherare l'aridità dell'ispirazione e l'incapacità di cogliere la mutata sensibilità dei tempi. Momenti in cui si cerca di soddisfare la critica più intellettualistica e letteraria, ossessionati dalla voglia di apparire colti a tutti costi, di esibire citazioni e conoscenze, come se da sole fossero in grado di giustificare la necessità di un'opera. Al contrario, credo che il massimo pregio di Borghi sia quello di riuscire a recuperare certe esprienze storiche abbondantemente consolidate, da tempo codificate nei manuali scolastici, pagando solo il minimo al registro colto; s'immedesima spiritualmente in specie di Candide che esplora un nuovo mondo espressivo confidando in una visione ottimistica dell'arte, come se nessuno lo avesse visto prima, come se ci fosse ancora tutto da scoprire. E' questa freschezza d'animo che fa conseguire al Neo-Infomrale di Borghi una condizione speciale, allo stesso modo dentro e fuori dalla propria epoca: dentro perché assolutamente attuale nell'esprimersi come linguaggio moderno, da uomo del Duemila che non persegue affatto il distacco dorato dal nuovo secolo; fuori perché Borghi sembra dipingere come se fosse un perfetto contemporaneo di Mathieu, Fautrier, Wols, Hartung, dunque di un Informale che conosce il suo momento più significativo oltre cinquant'anni fa, affermando per esso un'identità europea che nel momento stesso in cui fa da integrazione dell'Informale americano vuole distinguersi nettamente nell'Action Painting e dall'Espressionismo Astratto.
    Nel ciclo ispirato a Sabbioneta, la più recente produzione di Borghi, libera e immaginifica, perfino provocatoria nell'accostare liricamente le vicende della famiglia Gonzaga a dipinti che nulla concedono alla figurazione o alla narrazione, il primo Informale di Mathieu, Fautrier, Wols e Hartung si rafforza di una sensibilità materica che appartiene a una stagione artistica già successiva, seppure strettamente contigua, quella del primo Burri e di Tapiès.
    Anche in qeusto caso Borghi riesce a farci credere che sia giunto spontaneamente a queste nuove scoperte, a nuovi arricchimenti di un percorso fortemente individuale nel quale una parte importante della storia dell'arte contemporanea risulta essere componente del tutto interiorizzata, non un fattore di provenienza esterna che fosse in grado di modificare ciò che l'artista si porta già dentro.

    Ecco perché non avrebbe senso rimproverare Borghi per il fatto che qualcuno aveva già inventato l'Informale prima di lui; Borghi non rievoca, non rivisita, vive in prima persona la ricerca di un Eldorado artistico che ancora deve essere incontrato, ma della cui esistenza è assolutamente sicuro. Prima e dopo questa ricerca non c'è nulla, c'è solo un eterno presente che vale come un a priori, azzerando tutto ciò che è estraneo alla manifestazione diretta dell'arte. Tutto sta nell'opera, niente al di fuori dei suoi confini, come un universo compiuto e autosufficiente, semrpe uguale e diverso. Basta avvicinarsi ad essa con una disposizione d'animo analoga a quella cui è stata realizzata, lasciare scorrere il flusso sinestetico che emana e farsi coinvolgere emotivamente da suo magma in ebollizione, da uoi accesi contrasti cromatici, da suoi grumi improvvisi che si alternano a diradamenti della materia, dalle impronte, da segni e tracce variati all'infinito, per capire tutto quello che c'è da capire. Senza un prima e senza un dopo, solo hic et nunc.

  • 2006 - Sandro Parmigiani - Umanesimo

    Umanesimo
    di Sandro parmigiani - 2006
     
     

    "ANDARE INCONTRO AL PROPRIO DESTINO"
    ....E' evidente che Borghi non ha continuato a camminare lungo la strada originariamente imboccata: in certi momenti ha scelto deliberatamente di svoltare, di inoltrarsi lungo sentieri per lui nuovi, probabilmente mosso sia da tensioni interiori che dall'interesse e dal desiderio di sperimentare ciò che l'approfondimento delle conoscenze del vasto mare della storia dell'arte suscitavano in lui. Il lungo viaggio di Borghi dentro il colore, dentro lo sconvolgimento e la disintegrazione delle forme, dentro gli spessori e l'immediatezza della materia, ci consegna un pittore apparentemente assai diverso, che sembra avere reciso ogni legame con quelle prime esperienze. Tanti così dicono, ma non ne sono personalmente affatto convinto. Giacché, come accade in molte esperienze artistiche, le opere degli esordi racchiudono dentro di sé alcuni nuclei fondanti, di verità, di quello che verrà dopo, quando magari s'imboccano strade che si riveleranno senza uscita, che imporranno un ritorno all'indietro, così che lunghi, faticosi cammini finiscono talvolta per portare non lontano da dove si era partiti.

    Le opere su carta che vengono presentate in questa mostra hanno, rispetto ai dipinti su tela, caratteri assai diversi. I secondi, soprattutto in questi ultimi anni, con gli spessori e i grumi della materia pittorica - composta non solo dalle paste dell'olio, ma da acrilici mescolati a varie sostanze, come la segatura, che ne aumentano la consistenza -, con gli inserimenti di lacerti di tela, di cartone ondulato, di canne o di legnetti, con i colori, stesi per tessere, che, più che i toni spenti, prediligono quelli del delirio, propongono una visione che molto s'affida al fascino istintivo della materia e del colore. Nelle prime è invece protagonista il segno-colore – con l'eccezione di pochissime opere che recano collage di tele o cartoni, che comunque non ne mutano la percezione di fondo -, steso in scie fluide che paiono immediatamente riflettere l'abbandono felice del polso che sta disegnando, in un movimento veloce che non conosce ostacoli, anche se qua e là, in queste stesse carte, sono evocate, attraverso il segno, le segmentazioni più accentuate, gli scavi, le rientranze e le sporgenze dentro lo spessore della materia, propri dei dipinti. L'ulteriore elemento che distingue le carte dai dipinti è che le prime sono caratterizzate, rispetto ai secondi, da un abbandono a una figurazione più evidente e da rapporti tonali meno accesi, come se dopo l'ardore del fuoco fosse venuto il momento di un calore diverso, misterioso, sottile, avvolgente. Basta a questo proposito confrontare “La battaglia di San Romano” da Paolo Uccello, nelle due versioni su tela e su carta: nella prima, il dettaglio, la pulsione decorativa, forse imposti dalla suggestione della materia, sono maggiori, mentre nella seconda prevale l'attenzione ai rapporti tonali. Nelle carte il colore si distende come un'onda lunga, a meno che non voglia raccontare le figure, e allora il segno si infrange, s'aggroviglia, gira su se stesso, il giallo e il rosso si sovrappongono, in una battaglia tra segni e colori, con una proliferazione di forme concentriche, circolari, ovali, cui fanno da contrappunto altre forme rettangolari o quadrate...

  • 2006 - Maurizio Sciaccaluga - Il Campo Arato della Pittura

    Il campo arato della pittura
    di Maurizio Sciaccaluga - 2006
     
     

    IN “DIARIO ITALIA RUGBY2”
    ...Nessuno potrebbe riassumere un incontro sportivo a squadre se non grossolanamente, se non con gran profluvio di parole, se non rinunciando alla sintesi e a una sola determinata immagine, ebbene Borghi riesce a narrare la partita – ripeto, non questa o quella partita, ma la madre di tutte le partite, il senso profondo della sfida tra due èquipe, tra due gruppi, in fondo in fondo tra due popoli – in un unico flash, in un lampo, in un'icona caotica e precisa, furente e calma allo stesso tempo.Nei lavori dedicati al rugby l'impasto informale rivela le tensioni, gli scontri, le difficoltà mentre i particolari figurativi – rubati all'impianto gestuale, umorale, instintivo delle opere – colgono i momenti topici di ogni incontro, il senso e la ragione dell'essere lì, in quel preciso momento, a insegnare una palla dai rimbalzi imprevedibili, rotolando nel fango, sfidando la forza degli avversari...

  • 2004 - Domenico Montalto - Borghi, Musica e Parola del Cuore

    Borghi, musica e parola del colore
    di Domenico Montalto - 2004
     
     

    PRESENTAZIONE IN GRAFIE - 2004


    ...La misteriosa temperie, l'agone di senso e di sensi che – in una gestualità rituale, metodica, calma ma anche parossistica, quasi negando la fatica e il ripensamento – formano la “pasta” di un quadro di Borghi, la sua arcana eppur leggibile fisicità, hanno infatti molto a che vedere proprio con la musica e con la poesia. Basta scorrere la bibliografia dell'artista di Campegine per appurare come nell'ultimo decennio il suo lavoro per vasti cicli di pittura si sia dipanato dentro suggestioni derivate da queste forme dello spirito. Si pensi alle memorabili mostre dedicate a Lorca, Dickinson, Shelley, Eliot, Campana, Menozzi, Verdi.
    Ogni volta, al successivo cimento, il percorso di Borghi ha documentato non un semplice ricominciamento, bensì un nuovo inizio, la testimonianza di un ininterrotto stato di grazia, di una dispendiosa e dolorosa certissima felicità, e plenitudine espressiva, quasi che ogni ciclo segnasse soltanto il tempo, la pausa necessitante e necessaria, il “ritmo” musicale, appunto, di un'unica, dispiegata, solenne partitura, quella partitura, quella pagina che è la vita con la relativa, inaggirabile e fatale corona di spine, di rimpianti e di amarezza,di lutti e di ferite, riscattate qui dalle piccola gioia della pittura, dal perdersi nella musica del colore, nella prediletta tastiera del rosso cadmio e del blu oltremarino.
    L'opera di Alfonso Borghi resta saldamente ancorata nel terreno dell'informale internazionale, più europeo che americano, più Soulages e Futrier che De Kooning.
    Ma questa fedeltà si traduce – ormai costantemente – in esiti innovativi e di assoluto rilievo,
    come testimonia una materia affocata e insieme crepuscolare, incandescente ma anche ombrosa e malinconica come la sera che scende inesorabile sul cuore alla fine di ogni dì, segnando un'altra tappa del nostro disperato e sublime nulla.

  • 2003 - Vittorio Sgarbi - Viaggio nella Pittura di Borghi

    Viaggio nella Pittura di Borghi
    di Vittorio Sgarbi - 2003
     
     

    TESTO CRITICO AL CATALOGO "OSCILLAZIONI MUTEVOLI", 2003
    Un giorno Campegine, piccolo borgo di campagna nella Provincia di Reggio Emilia, potrebbe chiamarsi Campegine Borghi. Come Arquà è diventata Arquà Petrarca, come Castagneto è diventata Castagneto Carducci. Si dirà che si tratta di un azzardo eccessivo, visto che tutti conosciamo Petrarca e Carducci, ma pochi sono coloro che conoscono Alfonso Borghi, di professione artista. Il discorso va inquadrato in maniera diversa: non conta tanto l’importanza assoluta dell’artista, quanto il rapporto che egli riesce a stabilire con un luogo. Petrarca non era nato ad Arquà, Carducci non era nato a Castagneto; sono posti che in diverso modo sono stati scelti dai due poeti, entrando a far parte integrante del loro mondo, del loro universo ispirativo. In cambio, l’immaginario di quei luoghi si è nutrito della memoria dei poeti fino al punto di diventare qualcosa di essenziale per loro, come un monumento o una bellezza naturale. Oggi non potremmo pensare ad Arquà senza ricordare che il grande Petrarca ne parlava come il suo nuovo, ultimo, beato Elicona; così come non potremmo pensare a Castagneto senza ricordare i “Cipressi che a Bolgheri alti e schietti / van da San Guido in duplice filar …”.

    Campegine sta adottando il suo concittadino Borghi, come Arquà ha fatto con Petrarca e Castagneto con Carducci.....
    .....i dipinti di Borghi sono dei riti di cui il loro autore è un moderno evocatore della grande anima del mondo dalla quale tutto deriva e nella quale tutto finisce per ritornare. Borghi la cerca in chissà quale meandro della sua mente, la trova, la risveglia, ce la rende nota, invitandoci a ritrovarci in essa, come individui e come collettività, ma anche a perderci in essa come in un “dolce naufragare” che non atterrisce, ma che al contrario affascina, provoca un sotterraneo, intenso piacere. Lei vive in noi e noi viviamo in lei, presi da “stilnovistico” incantamento.

    Borghi dipinge la sua e la nostra anima, ma non lo ha fatto sempre nello stesso modo. La prima produzione dell’artista ci appare anzi molto distante dall’attuale, al punto che poco di quanto si sarebbe poi verificato risulterebbe intuibile attraverso queste espressioni d’esordio. Penso, per esempio, ai paesaggi della fine degli anni Sessanta, ancora istintivi nella loro volontà di stabilire un rapporto di facile riconoscimento con la natura, ispirati dapprima a una generica ripresa della lezione post-impressionista, poi a un più specifico rimando a Cézanne. Si tratta ancora di studi di carattere prevalentemente didattico, dunque suscettibili di sviluppi anche imprevedibili, ma in quel momento niente sembrava poter incrinare la fiducia di Borghi per una figurazione piuttosto tradizionale, fondata sui soggetti più tipici che un pittore potesse concepire, e per un rapporto privilegiato con la propria terra.

    Con gli anni Settanta, assistiamo a una prima, spiazzante fuga in avanti, una delle tante della carriera di Borghi, che subito contraddice l’impressione precedente. Borghi matura nuovi interessi, artistici, culturali, politici, che lo portano a concentrare la propria attenzione sulla figura umana. Prevalgono i registri espressionistici, alternando toni ora “guttusiani” nella compostezza del disegno e della composizione (Le comari), ora da riproposizione della Neue Sacklickeit, di Corrente, di Daumier o anche del realismo pauperista che fu del settecentesco, Pitocchetto, esasperati nel proporre visioni allucinate e inquietanti nella sgraziata crudezza delle forme, dalle linee robuste e dai colori di terra (Il capricorno, Il guanto rosso). Ma accanto alle tendenze espressioniste, accanto a un umanesimo di sincera adesione e di schietta immediatezza, ecco anche una personale interpretazione del Futurismo, del Costruttivismo, del Cubismo, del Surrealismo, forse anche di certa Pop Art alla Allen Jones, che porta Borghi a ideare soluzioni più ricercate in cui vengono sperimentate dimensioni liriche sempre più distanti dal realismo....

    ....Gli anni Ottanta sembrano stimolare in Borghi un desiderio di stabilizzazione e di approfondimento rispetto al mare magnum agitato nel decennio precedente, attestandosi sui canali della trasposizione surrealistica. E invece, negli anni Novanta, reduce dalla prima importante esposizione estera, a Parigi, Borghi compie una nuova fuga “in avanti” con nuove sorprese annesse, come se avvertisse il bisogno di cominciare da capo, di rimettersi in gioco senza dare niente di scontato. I Musiciens voyageurs, solari nel cromatismo e raffinati nella morbida continuità del loro linearismo, segnano il conseguimento di una prima maturità in Borghi, più disposto ad assecondare un discorso strettamente pittorico che si è liberato dalle eccessive spigolosità delle sue prime manifestazioni espressioniste. Anche questa volta, però, non si tratta di un approdo; la nuova capacità di Borghi nel governare le sintesi spaziali di derivazione futurista lo porta a concepire una rappresentazione sempre più sbilanciata verso l’astrattismo, ma senza troncare completamente l’aggancio con l’apparenza della natura. Vivacissimi caleidoscopi dalle mille sfaccettature danno immagine mentale a Parigi come a Venezia, a Camogli come alla Spagna, ma anche a figure delle memoria e a luoghi dell’immaginazione. Siamo ormai agli albori del momento più dichiaratamente informale di Borghi, ormai consapevole della maturità conseguita; lo annuncia un’opera già sicura come Versilia (1995), essenziale e ben calibrata nella dominante timbrica come nella scansione di grandi segni che riportano alla mente Staël, Afro, Vedova. La cosa più sorprendente dell’Informale di Borghi è il suo anacronismo: Borghi lo ha adottato mentre altrove conosceva una crisi irreversibile, insensibile alle considerazioni di chi legava un certo modo di dipingere a una certa generazione storica e a un certo modo di concepire il mondo che era uscito dal dramma della Seconda Guerra Mondiale....

  • 2001 - Luciano Caramel - Omaggio a Verdi

    Omaggio a Verdi
    di Luciano Caramel - 2001
     
     

    ALFONSO BORGHI, I COLORI DELLA MUSICA'
    Introduzione al catalogo 'Giuseppe Verdi
    ...Borghi ha continuato a intrattenere un rapporto con le cose e le persone, cercando una narratività fatta di folgoranti richiami, di scariche dinamiche, di coinvolgimento emotivo, anche sul registro fantastico. Ed è pure la causa del dialogo, cercato e praticato, con poeti (da William Blake, Eluard, Prévert, Garcia Lorca, Aleixandre, Dylan Thomas a Quasimodo, Sanesi o, recentissimamente, a Shelley), registi cinematografici (Fellini) e musicisti, come il conterraneo Verdi innanzi tutto, al quale l'artista ha dedicato già qualche anno fa, nel 1997, una serie di dipinti riferiti al Nabucco (Il trionfo di Nabucco), al Rigoletto (Ah, la maledizione!), al Trovatore (Di quella pira l'orrendo foco…), all'Otello (Temete signor la gelosia…).

    Il nuovo ciclo qui esposto (la mostra è quella in San Ludovico, un grande evento per la città di Parma, ndr.) non è quindi motivato solo dall'occasione delle celebrazioni del centenario della morte del Maestro.

    E' invece la continuazione di un discorso da tempo avviato, ora su un piano di grande impegno, anche nelle dimensioni, ma soprattutto nella tensione a raggiungere una sintesi figurale della genialità musicale di Verdi, còlta in sette suoi capolavori, di differente datazione e temperie poetica: dal Macbeth al Rigoletto, al Trovatore, ai Vespri siciliani, all'Aida, sempre seguendo la successione temporale, e all'Otello, penultima opera del musicista, e infine una creazione non teatrale, la sublime Messa da requiem. Opere tutte rivissute da Borghi con stretta partecipazione, fuori quindi, pur nel rispetto del lavoro di Verdi, da subordinazioni illustrative. Quanto viene proposto è il risultato dell'incontro di due diverse personalità, non solo di due differenti linguaggi...

    Borghi ha infatti "capito soprattutto, le regole dell'armonia, quelle che gli hanno consentito di trasformare la lezione informale della pittura energetica e gestuale degli amati Vedova, De Kooning e Pollock in strumento capace di creare un'espressione figurativa originalissima. Ha capito, in sintesi, come dipingere non tanto la musica, ma le sue emozioni e la sua anima...

  • 2000 - Maurizio Calvesi - 'Quei Colori che Palpitano'

    'Quei Colori che palpitano'
    di Maurizio Calvesi - 2000
     
     

    INTRODUZIONE AL CATALOGO 'AMARCORD: OMAGGIO A FEDERICO FELLINI'
    Nella pittura astratta capita non di rado che i titoli dati ai dipinti siano puri pretesti, o forse sarebbe meglio dire "post-testi", nel senso che nascono dopo l'elaborazione dei testi pittorici e vengono ad essi semplicemente aggiunti o applicati, senza che abbiano avuto alcuna funzione nella genesi dell'opera.

    In Alfonso Borghi si ha invece l'impressione esattamente contraria, di un motivo ben preciso che detta l'ispirazione del quadro e che resta poi fissato nel titolo; anche se la quasi totale mancanza di appigli figurali rende difficile o impossibile all'osservatore, di riconoscere il tema in termini di iconografia. Ma allora, di dove nasce questa impressione? Credo che nasca dalla vocazione naturalistica della pittura di Borghi che nei colori, nei movimenti delle forme, nella densità e nel respiro stesso della materia rivela sempre il suo originario stimolo di "verità", l'assonanza simpatetica con i colori e le forme della natura, della realtà.

    Il suo quadro non è una costruzione del tutto mentale o puramente formalistica, alla quale, a cose fatte, l'occhio stesso dell'autore può guardare con distacco e curiosità andando alla ricerca di casuali emergenze che possono suggerire una intitolazione; ma al contrario, è una costruzione carnosa e pulsante, nata dalla convergenza di impulsi dell'occhio, del sentimento, della memoria, attivati da quel particolare riferimento a una situazione vissuta, di immagini e di emozioni. E questa situazione vissuta può essere il contatto con un paesaggio, un incontro, il ricordo di un evento: ma anche, come nel caso di questo omaggio a Federico Fellini, l'evocazione di un autore e di una sua avventura della fantasia, che si sia trasformata in patrimonio collettivo...

  • 2000 - Marzio Dall'Acqua - L'Incontro con Fellini

    L'incontro con Fellini
    di Marzio Dall'Acqua - 2000
     
     

    INTRODUZIONE AL CATALOGO 'AMARCORD: OMAGGIO A FEDERICO FELLINI'
    ...Le tele del pittore reggiano, tutte uguali nel formato, come fotogrammi di una pellicola cinematografica, fermano un'emozione che di un'opera di Fellini è rimando, impastata con asprezza in cromatismi spessi e unghiati, graffiati e addensati, con piani che si accavallano e si annullano, si sovrappongono, alla ricerca di una luce della memoria che tende ad annullarsi in un colore dominante, in un monocromo screziato e screpolato.

    L'operazione della memoria diventa così linguaggio dei sogni perché Borghi si è solo lasciato sfiorare da Fellini e dalla sua ricchezza d'immagine, dal suo eccesso d'invenzioni, quasi frapponendo un vuoto, dal quale farne emergere brandelli di ricordo, evocazioni di sensazioni e di atmosfere, echi più che citazioni, allusioni che sono specchiamenti, in una continua precaria sospensione fra figurazioni e astrazione, tra pura emozione, riscrittura di turbamenti antichi, e indicazioni iconografica semplificata per rimandare all'originale.

    Borghi ha scelto di attraversare l'opera di Fellini e di farsene percorrere, in un sottile gioco di rimandi che, specchiamenti e sensazioni, si risolvono in impressione retinica, immagine trattenuta dall'occhio, che sotto la palpebra si viene sfacendo, screpolando in luci sfarinate, in cromie restituite, come sbiadite fotografie, alla tela...

    Come in Fellini c'è nell'informale espressionista di Borghi qualcosa di barbarico, una ricchezza frammentata e screziata, che si disfa nella luce, in una luminosità che ha lampi improvvisi d'ombra, altrimenti stesa e opalescente, al punto di assorbire la più densa materia, di avere bisogno di espandersi oltre la bidimensionalità della tela per acquisire un'ulteriore profondità, come nella citazione di Fellini-Satyricon dove l'elemento della scala del cortile piazza è prima costruito con gradini di legno che vengono colmati, annullati dal colore farinoso di tutta la scena, che imbianca cose e figure in un monocromatismo che ha l'esilità e la tenuità orientale, il fascino sottile dell'esotico, di un mondo altro. Ambigua citazione dell'originale e luminosa solare istantanea di un groviglio di esistenze estranee e, nello stesso tempo, familiari...

  • 1998 - Roberto Sanesi - Elogio del Poeta

    Elogio del Poeta
    di Roberto Sanesi - 1998
     
     

    ROBERTO SANESI, "POESIA, MATERIA VISIBILE", 1998


    E' già stato detto, con particolare finezza critica, quali siano i caratteri primi di una pittura sensibilissima e insieme solidamente costruita come quella di Alfonso Borghi. Caratteri eminentemente formativi, non solo perché iniziali e perciò dettati da una necessità di ricerca, ma perché tuttora generativi, sia pure nella variabilità delle risoluzioni, ancora così insistenti da lasciare intendere perfino in qualche improvvisa e inattesa deviazione verso approdi diversi una sicura coerenza di fondo. Una fedeltà di intenzioni, di non segreta preoccupazione morale.Intanto la rapidità inquieta, nervosa, di un gesto che risponde senza apparenti intermediari all'immediatezza emotiva - e tuttavia non come prima "impressione" da fissare, di fronte a un oggetto, per quanto non si escluda in alcuni degli esiti più recenti che l'intensità di quella specie di sturm fra il barbarico e l'informale che caratterizza la pittura di Borghi dipenda dall'osservazione diretta. E anche in questo caso più per insoddisfazione dello sguardo, si direbbe, che per qualche ragione di tipo genericamente espressionistico. Piuttosto, come di fronte a un'idea che si vada formando, seguendola, in un atto sincronico capace di significare nell'immagine anche una sua implicita energia di trasformazione. Cosa che può spiegare, per esempio, l'attrazione esercitata sul pittore da una materia mobile come la poesia, fino a tentarne lo stesso tipo di operatività. Non stupisce, quindi, che fin dall'inizio la struttura di queste opere sia data per linee di forza di provenienza futurista (e non solo), che tendono a scomporre il soggetto e insieme ad aprirlo, con suggerimento prospettico, oltre lo spazio dato, verso altri significazioni possibili. E tuttavia, quasi con andamento centripeto, lasciando intuire la persistenza di un nucleo di riconoscibilità, un fantasma - di paesaggi, di figure: e però forme sostitutive, non descrizioni. Non vi sono «cose» descritte; ciò che si imita è caso mai il congegno dell'apparire. L'atto rappresentativo è dunque una mediazione fra le potenzialità suggerite da un soggetto, ovvero oggetto tematico, e la necessità del visibile, tanto più che l'interesse di Borghi si mantiene più sulle suggestioni emotive che su esigenze di riduzione a un purismo linguistico, più sulle qualità allusive (sia pure a volte di origine naturalistica) che non su definizioni nette. L'oggetto tematico, nel momento stesso in cui appare come per organizzazione interna di una materia ancora incerta, sembra pretendere un'ulteriore interrogazione e intrepretazione. Ogni immagine, quasi estratta a fatica da un magma, si rivela in certo senso al punto della sua scomparizione, ovvero della sua propensione a dire altro ancora del suo significato immediato e apparente....

     
     
     

  • 1998 - Roberto Sanesi - Il Gesto e la Passione

    Il Gesto e la Passione
    di Roberto Sanesi - 1998
     
     

    SUGGESTIONI EMOTIVE
    ...Non stupisce, quindi, che fin dall'inizio la struttura di queste opere sia data per linee di forza di provenienza futurista (e non solo), che tendono a scomporre il soggetto ed insieme ad aprirlo, con suggerimento prospettico, oltre lo spazio dato, verso altre significazioni possibili. E tuttavia, quasi con andamento centripeto, lasciando intuire la persistenza di un nucleo di riconoscibilità, un fantasma - di paesaggi, di figure: e però forme sostitutive, non descrizioni.Non vi sono cose descritte; ciò che si limita è caso, mai il congegno dell'apparire. L'atto rappresentativo è dunque una mediazione fra le potenzialità suggerite da un soggetto, ovvero oggetto tematico, e la necessità del visibile, tanto più che l'interesse di Borghi si mantiene più sulle suggestioni emotive che su esigenze di riduzione a un purismo linguistico, più sulle qualità allusive (sia pure a volte di origine naturalistica) che non su definizioni nette.

    L'oggetto tematico, nel momento stesso in cui appare come per organizzazione interna di una materia ancora incerta, sembra pretendere un'ulteriore interrogazione e interpretazione. Ogni immagine, quasi estratta a fatica dal magma, si rivela in un certo senso al punto della sua scomparizione, ovvero della sua propensione a dire altro ancora…

  • 1991 - Marie-Odille Andrade - Debutto Parigino all'Insegna del Futurismo

    Debutto parigino all'insegna del Futurismo
    di Marie-Odille Andrade - 1991
     
     

    PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA ALL'UNESCO DI PARIGI


    Alfonso Borghi viene presentato per la prima volta a Parigi prima all'Unesco e in seguito alla Galerie Art 92. La sua opera si riferisce in parte a quella dei futuristi italiani del primi del secolo. Dinamismo è la parola che più spesso viene alla mente davanti alle sue tele.Liberato dalla raffigurazione propriamente detta, il pittore si serve essenzialmente di colori e di linee per suggerire le tensioni che passano attraverso le aspirazioni di ciascun individuo.

    Le sue "immagini oscillano tra la forza propria dell'Espressionismo e le costellazioni fantasiste del Surrealismo" (A. Gianolio). Un'opera originale, che va controcorrente rispetto a molte altre.

  • 1991- Gianni Cavazzini - Avanza l'Astratto

    Avanza l'Astratto
    di Gianni Cavazzini - 1991
     
     

    PRESENTAZIONE DEL CATALOGO LONGCHAMP
    Mostra organizzata dal Comune di Castelnuovo Sotto, con il patrocinio della Provincia di Reggio Emilia
    La pittura di Alfonso Borghi si inserisce nell'alveo della grande tradizione italiana: una tradizione che, da Masaccio, approda, attraverso i secoli, alla violenza rottura del Futurismo.

    Il senso dello spazio e l'incidenza della luce, individuati come i caratteri innovatori dell'arte rinascimentale del Quattrocento, vengono assunti da Borghi con il timbro di modernità che a lui proviene dalle avanguardie del primo Novecento in Italia.

    La linea di tensione che percorre l'avventura futurista si inserisce così, in maniera molto naturale, nella struttura dei quadri di Borghi. Ed è un apporto, questo, che riconduce l'attenzione dell'artista sulle peculiarità del linguaggio d'immagine espresso dall'epoca in cui viviamo. Il percorso di Borghi si articola quindi per i luoghi deputati di un'espressione sempre definita nei suoi elementi di base: il segno e il colore. La trama compositiva appare molto marcata nelle sue impervie geometrie, la stesura cromatica risulta molto serrata nei suoi registri timbrici.

    Il qualificarsi della forma astratta, nel corso di semplificazione figurativa già in atto nel lavoro di Borghi, costituisce infine l'approdo ultimo di una ricerca che non conosce soluzione di continuità nel suo farsi in termini di poesia...

  • 1998 - Gianni Cavazzini - Maturità e Cambiamento

    Maturità e Cambiamento
    di Gianni Cavazzini - 1988
     
     

    PRESENTAZIONE DEL CATALOGO ALFONSO BORGHI
    Mostra nella sala delle Carrozze, area ex Stalloni, a Reggio Emilia (opere 1973-1988).
    Alfonso Borghi si è imposto alla ribalta della pittura alla svolta degli anni Settanta in virtù di una forte "vocazione a figurare". Nei suoi quadri si avvertiva un dissidio profondo: fra il passato e il futuro, fra l'uomo e la storia.

    Raggiunto il punto di crisi della sua ricognizione sul "vissuto", in coincidenza con il giro di boa del decennio, Borghi operava un vero e proprio "cambio di marcia": nella rilettura dell'esperienza compiuta dalle avanguardie d'inizio secolo, nella sottolineatura dei valori specifici della forma.

    Ed è in questi itinerari linguistici che Borghi trova oggi le rispondenze più puntuali, le argomentazioni più incisive. La fantasia sommuove ogni abitudine alla trascrizione imitativa della natura per dar luogo ad una nuova realtà fondata sopra un nitido impianto di pittura dispiegata verso le folgoranti accensioni dell'invenzione figurativa.

    Perché la fantasia abbia tale forza di trasposizione del vero, occorre che sia radicata negli strati più profondi dell'istigazione creativa: quelli che ne formano l'essenza unica...

    Il richiamo a modelli classici, ben visibile nelle opere centrali del periodo preso in esame dalla mostra, prende il significato di una verifica sulla continuità di uno stile che è anche il segno di un'interna moralità d'artista. Così il ritorno a momenti esemplari della storia del passato si ripercuote, con la sua tensione evocativa, nella situazione aperta del presente. L'ACCENSIONE ESPRESSIONISTICA procede, secondo le regole, dall'interno verso l'esterno, in un processo che tende a evidenziare, nella struttura del reale, un'impercettibile incrinatura, una lacerazione nascosta: nell'uomo come nella società.

    Sono impulsi, questi, che trovano la loro composizione nelle limpide geometrie delle ultime opere: veri e propri intarsi di colore timbrico che paiono aprirsi verso una NUOVA DIMENSIONE più rarefatta, quasi METAFISICA.

  • 1987 - Giorgio Seveso - La Realtà e il Sogno

    La Realtà e il Sogno
    di Giorgio Seveso - 1987
     
     

    UN SIGNIFICATO UNIVERSALE ED EVOCATIVO SEMPRE SUGGESTIVO
    Borghi parla della realtà senza essere realista e sollecita l'immaginario e l'onirico verso la formulazione di immagini, di figure, di vere e proprie rappresentazioni capaci di caricarsi di un significato universale ed evocativo sempre suggestivo. Le linee delle sue composizioni sono come sinuosamente bloccate, sigillate in un rigore assoluto che è anche, però, agitato da una straordinaria dinamicità d'impulsi, da una tensione asciuttissima e vibrante come la corda di un elastico...In Borghi il rapporto con un certo citazionismo colto (vedi talune cadenze liberty, di ambigua e carnosa sensualità, taluni silenzi di ordine metafisico oppure, ancora, gli echi felpati di mistero di un certo simbolismo) ed il rapporto con l'immaginario e con il fantastico è sempre stato un rapporto autentico, profondo, intimamente fondante.

    Egli non l'ha indossato come una camicia nuova dopo avere gettato alle ortiche la vecchia, ma l'ha cresciuto e coltivato in se stesso fin dall'inizio.

    E' qualcosa insomma, che fa parte del suo mondo più vero; qualcosa che gli deriva dalle più risolutive circostanze della sua personalità e del suo particolare talento, della consumata perizia di "mestiere" di cu è capace. Il trasporto straordinario che conduce la sua ricerca è costituito da una incandescenza assoluta della sensibilità e della fantasia. Per questo il maturare del suo linguaggio (pur nella sua interna coerenza poetica) lo ha condotto a spaziare su un ampio ventaglio di soluzioni nel volgere ormai non breve della sua carriera.

  • 1974 - Raffaele De Grada - Mostra in Sala d'Arte Bollaffi - Torino

    Mostra in Sala D'Arte Bollaffi - Torino
    di Raffaele De Grada - 1974
     
     

    1974 - TORINO
    Tra i pittori giovani che si trovano in provincia, l'incontro con Alfonso Borghi è tra i più interessanti. Perché? Perchè Alfonso Borghi non é uno di quei giovani che si dedicano semplicemente alla ricerca di un piccolo successo locale o di un semplice seguito delle mode in corso. Quando ho visto i suoi quadri che esporrà ora alla Galleria Petrarca di Parma, mi sono subito chiesto quali erano le sue origini, che ora mi sono chiare e che me lo fanno simpatico. Borghi ha cominciato a dipingere paesaggi, per la passione della pittura, Poi si è accorto che esisteva la classe operaia, con la sua vita più che con i suoi problemi, con il suo modo di essere più che con la sua ideologia. Ho visto i suoi primi quadri, ispirati a una stilizzazione che poteva avere rapporti anche con ottimi pittori lombardi, tipo Trento Longaretti, Ma le sue opere recenti mi hanno convinto che Borghi ha affrontato di petto i problemi, demistificando tutto il possibile intimismo e pietismo che era implicito nella prima concezione, e raggiungendo d'impeto i valori emblematici dell'uomo in mezzo agli uomini, valori che non passono mai per la descrizione puntuale degli stati d'animo, ma per il momento folgorante di una sistuazione esistenziale, che è la vera chiave di inediti scorci su quel tanto che sfugge al più ma che diventa progressivamente realtà di tutti.
    Oggi Borghi vede uomini che hanno tutte le caraterristiche della bruttezza, anche del ludibrio, che il corpo nudo porta con sé come la natura porta il detrito della tempesta (chepuò essere la tempesta subita dall'anima e dal corpo nel corso della vita). Questi uomini sono esposti in una specie di Golgota (in questo senso Borghi accettà la religione di ogni uomo che non è egoista) dove l'Uomo è osservato in una condizione di inferiorità da altri uomini con la lettera minuscola che lo guardano disperati e soddisfatti (disperati perchè ciò può capitare ad ognuno di noi, soddisfatti perchè quella sorte non è capitata a noi).
    Questi uomini si abbracciano, si accostano in lubrichi contatti, si scontrano in un ordine trascendentale.

    Gianni Cavazzini, che ha scoperto il pittore Alfonso Borghi dice che ciò che più allarma nelle visioni di Borghi, è la perdita di una sicura identità, quasi un presagio del futuro “uomo di serie”, sgomento e impaurito di un orizzonte oscuro.
    Come non condividere questa impressione, come non sentirla attuale nell'opera di Borghi? Io ritengo che i giovani pensanti, finchè, dotati come artisti come Borghi è indubbiamente dotato, non possono che passare per questa fase prima che una luce, che può venire soltanto da un mescolarsi più disinvolto con i problemi di tutti, possa portare più avanti un'impressione che è già qualificante ed emblematica.

  • 1971 - Gianni Cavazzini - Dal Paesaggio alla Figura

    Dal paesaggio alla Figura
    di Gianni Cavazzini - 1971
     
     

    PRESENTAZIONE DELLA MOSTRA ALLA GALLERIA PETRARCA DI PARMA
    Alla Galleria Petrarca ritorna Alfonso Borghi, un giovane pittore reggiano che già si era presentato un paio di anni fa con una serie di paesaggi vigorosi. Il tema unico della sua mostra attuale è costituito dalla figura; Borghi è uscito cioè dalla schiera sempre troppo numerosa dei naturalisti imitativi per affrontare uno dei problemi più complessi della pittura.

    Ecco quindi nelle sue tele gli uomini della bassa con il loro carico di eredità antiche, fatte di lavoro e fatica, a contatto con le contraddizioni dell'odierna civiltà. La matrice stilistica proviene senz'altro dal realismo, con le relative indicazioni contenutistiche e dichiarative, ma perviene alla forma compiuta attraverso un deciso processo di semplificazione.

    Borghi tende a spogliare la figura di tutti gli orpelli retorici per restituirla in termini di pittura chiara e leggibile, ma non descrittiva. La composizione appare ripartita in una sobria struttura disegnativa, fatta di tessiture equilibrate e di soluzioni plastiche; il pittore non vuole lasciare spazio al vago e all'incerto e richiama ad un significato esplicito ogni aspetto del suo discorso.

  • 1960 - Nevio Iori - L'Arte Cosciente

    L'arte Cosciente
    di Nevio Jori - 1960
     
     

    LA PREDISPOSIZIONE ALL'ARTE COSCIENTE
    La serietà di intenti pittorici del giovane Alfonso Borghi è ammirevole. Non solo per il bruciare le tappe con coscienza del fare, non solo per credere nelle proprie possibilità in isviluppo, ma perchè la pittura è per lui un apporto spirituale che tende a mettere sulla tela con tempestiva scioltezza, con quell'impeto che la età impone.Poi verrà la meditazione, l'approfondimento, il pensiero-pittura e l'opera assumerà, compiutezze diverse, nuovi argomenti, ascese di altro stile. Ora abbiamo la spatola incisiva, il cromatismo di superficie, caldo, deciso, che sa trarre con tocco fervido la composizione.Un giorno non lontano Alfonso Borghi percorrerà il cammino più arduo, quello della penetrazione artistica, che ora sta ai margini, attenta, pronta a cogliere attimi, a rendersi utile.

    Per questo confidiamo nel futuro di Alfonso Borghi e vi diciamo che i suoi quadri sono apprezzabili per la naturalezza con cui li dipinge, che è la predisposizione all'arte cosciente.

Il tributo di Pierre Cardin

Penso che il Maestro Borghi sia uno di questi "Leaders" attualmente in pittura. Ha saputo trovare la sua personalità, la sua dimensione attraverso le forme che vediamo e che spero vi piacceranno.

Farà un grande cammino verso più grandi onori. Ringraziandolo di aver accettato di venire all'UNESCO che lo ha accolto con grande calore.

itenfrderu

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